Watch USA 2004
Reporter Associati Magazine

"Watch Usa 2004"

Agenzia d'informazione quotidiana di Reporter Associati per seguire le elezioni presidenziali Usa.




domenica, ottobre 31, 2004

KEVIN COSTER: VOTERÒ FUORI DAL CORO
Non ha quasi mai tirato il fiato il bellissimo Kevin Coster, invitato a dire la sua nel corso di un dibattito televisivo sulle prossime presidenziali.

All’evento, cui partecipavano Richard Belzer (regista di America 2005, un film non ancora in programmazione), Bill Maher (intrattenitore televisivo), il generale Wesley Clark (ex candidato alla Casa Bianca poi ritiratosi dalla corsa) e lo stesso Coster, le cose sono andate più o meno così.

KC: Io la penso in un certo modo. La guerra sappiamo di cosa sia fatta. E se Kerry vuole tirarsi fuori dai dibattiti soprattutto per non evitare di dire la sua – beh, credo che anche se tutti siamo stufi marci di questi dibattiti, Kerry dovrebbe farsi vedere. Per farci sapere come la pensa su questo punto e parlare con la gente, come fa Nader. Grazie a Dio per Nader. Hanno fatto di tutto per farlo apparire una specie di invasato ma Nader è un patriota. Forse non ha l’immagine giusta. Tuttavia, io lo trovo straordinario….

RB: Mica voterai per lui?

KC:  E perchè no?. Onestamente, ho le palle per farlo.

BM: Nader è stato qui e io gli ho detto ---- so che non ti piacerà -----

KC: Ho sentito dire che ti sei quasi messo in ginocchio ….

BM: Certo, per dirgli di ritirarsi. Alle scorse elezione avevo votato per lui ma gli detto che non sempre essere corretti vuol dire aver ragione. Nader ci tiene ad essere corretto. E una gran parte delle sue argomentazioni sono corrette --- l’America è controllata dalle corporazioni, il nocciolo del problema è quello.

RB: Veramente, non è una novità.

KC: Statemi a sentire. In questo paese speriamo sempre di cavarcela bene senza perdere tempo. Io capisco la vostra logica. Ma senza dare qualcosa, senza rischiare, non possono esistere cambiamenti. Ed io rispetto Nader che non teme di rischiare…. Lo fanno a pezzi, e lui resiste, ma perché dovremmo perderlo? E’ un uomo che morirebbe per i suoi principi e io farei lo stesso.

RB: Ma mica vorrai altri quattro anni di governo Bush?.

BM: Dai, ci hai pensato ???.....

KC: Ma Kerry mica ha ancora perso…..

RB: Va bene, ma se tu voti per Nader e Bush vince?

KC: ….e chi se ne frega!!.

RB:    Ma deve fregartene !!!

KC:    E aspetta un momento!!!

RB: Facci una pensata, altri quattro anni in questa insensata……

KC: Ma che gran casino!. Sì, ci ho pensato. Beh--- la cosa---- insomma (applausi e risate).

BM: Ehi, casino stavo per dirlo io, mi freghi le battute!!.

KC: Rich, mettiti un pò a sedere, avanti …. Non sai che abbiamo 90 milioni di persone che a votare non ci vanno neppure?. E sai perché? Perché ogni tanto vorrebbero una boccata d’aria fresca e quando guardo questi candidati, mi sembra di assistere al dialogo tra due ubriachi. Vorrei provare entusiasmo per le loro idee, ma non ci riesco. Qui in America, siamo troppo abituati a pensare di essere liberi, abbiamo il nostro lavoro, ecc.
Questi due candidati pensano di poterci rifilare quello che vogliono….tanto siamo i padroni del mondo, e io dico, va bene, forse sono persone capaci ma l’unica cosa di cui si preoccupano è che quello che dicono appaia giusto. Tanto per cominciare, martedì prossimo, facciamogli vedere che ci siamo…. E’ una bella responsabilità!. Vediamo se una volta ogni tanto siamo capaci di auto-governarci. ….e andate a votare!!


A LUCI BASSE

KC: A volte mi sembra che non riusciamo ad esprimere …. Insomma, i due candidati sono troppo cauti. C’è un eccesso di rigidità.

BM: Qui forse hai ragione. Già ….Ho paura di sì…..

KC: Per questo io dico che Nader , anche se perderà…. Lei (a Wesley Clark): lei non ha mai messo in gioco se stesso per i suoi principi?....
Lei sa cosa intendo…..

WC: Molto bene.

KC:  e non crede che i principi vadano onorati, se uno sente che Nader impersona i propri principi, deve votare per lui. Oggi invece votiamo per convenienza.
 (PARLOTTII).

KC: Non so quello che farò.

Spero che i democratici smettano di fare la guerra a Nader, che non lo intimidiscano più e che smettano di perseguitare la gente che lo segue perché la sua è una voce importante. Beh e poi c’è una cosa: vogliamo continuare ad udire quella voce perchè ne abbiamo bisogno mentre il silenzio non serve a nessuno…..

Tradotto da Bianca Cerri






postato da fdf | 15:59 |


COMPLETA PARITA' NELLA CORSA ALLA CASA BIANCA - SONDAGGIO REUTERS
Il presidente Bush ed il senatore democratico John Kerry sono in completa parità nella corsa all'ultimo voto per la Casa Bianca, secondo un sondaggio Reuters/Zogby rilasciato domenica.

Kerry e Bush sono entrambi fermi al 48% nell'ultimo dei tracking poll a tre giorni, che include anche un giorno di sondaggi preso subito dopo l'andata in onda della videocassetta di Osama bin Laden. Kerry conduceva Bush 47-46% sabato.

Solo il 2% degli elettori rimane indeciso mentre Bush e Kerry continuano a contendersi i 10 rimanenti Stati chiave per cercare di ottenere i 270 voti elettorali necessari per conquistare la Presidenza martedì notte.

"Entrambi hanno consolidato la propria base elettorale," ha detto il sondaggista John Zogby.

"Bush conduce bene nei 'red states' (vale a dire negli Stati che hanno un tasso di approvazione per Bush oltre il 55-60%), tra gli investitori, e tra i repubblicani, i cristiani convertiti, gli uomini e gli elettori sposati," ha aggiunto. "Kerry ha un solido comando nei 'blue states' (vale a dire gli Stati che sicuramente voteranno per lui) e batte di gran lunga Bush tra gli elettori giovani, gli afro-americani, gli ispanici, i democratici, le donne, i membri dei sindacati dei lavoratori e i single."

Bush è considerato positivamente dal 46% degli intervistati e negativamente dal 53%.

Il senatore del Massachussets conduce 51-41% tra gli elettori registrati per la prima volta, un gruppo non prevedibile che potrebbe essere una carta
fondamentale a favore di Kerry a seconda di quanti di loro si recheranno davvero alle urne.

Nelle elezioni del 2000, quando mancavano due giorni alle urne, Bush conduceva su Gore per 2 punti percentuali.

Il sondaggio compiuto su 1.207 probabili elettori è stato condotto tra giovedì e domenica ed ha un margine di errore di più o meno il 2.9%. I tracking poll giornalieri continueranno fino a domani, lunedì 1 novembre.

Il sondaggio nazionale fornisce al candidato indipendente Ralph Nader, accusato da alcuni democratici di aver tratto voti da Gore che gli sono costati l'elezione nel 2000, all'1.2%.

Kerry domenica conduce in 6 dei 10 stati chiave che sono stati oggetto di sondaggio separatamente, ma Bush ha aumentato il suo vantaggio fino a 5% su Kerry nello Stato chiave dell'Ohio.

Un tracking poll è il risultato di tre notti consecutive di sondaggio, fatto in modo che quando una nuova notte è aggiunta prende il posto di quella più vecchia. Permette perciò agli istituti di sondaggio di tenere traccia del cambiamento nel sentimento degli elettori, se accade qualcosa.

Tradotto da Daniele John Angrisani



postato da fdf | 15:52 |


INDOVINA CHI È
Secondo il giornalista Walter Cronkite,un nome mitico in America, dietro il video di Bin Laden si sarebbe il talent-scout di George Bush, Karl Rove. Lo ha detto lo stesso cronista della CBS alla concorrente CNN. In parole povere, l'uomo del filmato sarebbe Bin Laden convinto a parlare da Rove. Un'ipotesi fantascientifica che diventa plausibile se si considera che Rove è, letteralmente, capace di qualsiasi diavoleria e lo ha più volte dimostrato.

Fonte: Flash 2004


postato da fdf | 15:44 |


IL MESSAGGIO DI BEN LADEN
Tunisi - 31 Ottobre 2004 -- Il messaggio televisivo di Oussama Ben Laden al popolo americano potrebbe essere frutto di una inconfessabile tresca ordita, con la complicità della televisione qatariota Al Jazira, per favorire la rielezione di Bush. Questa, in sintesi, la tesi sostenuta oggi dal quotidiano tunisino " Le Temps ", secondo il quale della videocassetta già si parlava da qualche giorno in un sito Internet non specificato. "
Volendo essere (Al Jazira - ndr) campione in fatto di scoops, niente esclude la conclusione di una trattativa tra la catena e certi partiti americani - scrive tra l' altro " Le Temps " - in considerazione che, secondo gli analisti, é il candidato repubblicano George W. Bush che dovrebbe ricavarne vantaggio". E rincara la dose affermando che " per il presidente americano uscente tutti i mezzi sono buoni, anche quelli cattivi ", per cui non avrebbe esitato " a impaurire il suo popolo e a farlo vivere nell' angoscia e nel terrore, pur di giungere al suo scopo di restare alla Casa Bianca ".

Franco Chiavegatti (inviato di ReporterAssociati dalla Tunisia)



postato da fdf | 15:42 |


USA 2004 – ELEZIONI A SENSO UNICO
Persino uno scrittore poco incline all’analisi sociale come Fitzgerald l’aveva capito: “al prezzo di due soldi, l’elettore si compra politica, filosofia e pregiudizi” e basterebbe questo a spiegare  quanto sia stata  superflua l’informazione che, per quasi un anno, ha inondato i media in vista delle elezioni di USA 2004. Per quanto ci riguarda, abbiamo scelto di basarci invece sugli argomenti lasciati inesplorati dagli altri, perché, come appunto diceva Fitzgerald, politica, filosofia e pregiudizio si comprano, anche se, a nostro parere, non sempre sono sufficienti a coprire spaventosi vuoti di contenuto.


UN MOSTRO CON DUE TESTE

Da almeno quindici anni, i due maggiori schieramenti politici degli Stati Uniti sono praticamente indistinguibili l’uno dall’altro e, per accedere alla Casa Bianca, è indispensabile  essere, oltre che bianchi, fedeli alle corporazioni ed alle lobbies del petrolio.  Democratici e Repubblicani sono entrambi ostili a temi come pacifismo ed ambientalismo ed esiste tra loro il tacito accordo di non sfiorarli per paura che i finanziatori come Boeing, Monsanto, Philip Morris, Enron ed altri, che hanno fatto le fortune di tutti e due i partiti, chiudano i portafogli.

Del candidato indipendente hanno parlato in pochi e, quando lo hanno fatto, è stato per consigliargli di darsi fuoco sulle scale del Campidoglio, come ha fatto Bruce Jackson, o di ritirarsi, come hanno fatto più di cento parlamentari italiani. I giornalisti, ha detto Alexander Cockburn, che pure appartiene alla categoria, sono riusciti a far sbadigliare anche i  gatti e gli crediamo sulla parola, visto che, come al solito, per tutta la durata della campagna elettorale non si è avvertito alcun segnale di rinnovamento politico. Nessuno ha accennato a temi come CIA, ambiente, giustizia, ecc. In compenso, ci sono stati propinati centinaia di volte i singulti religiosi di Bush e le prodezze militari di Kerry ma non abbiamo saputo nulla di come il governo che sarà riuscirà a risolvere il problema della disoccupazione che, negli Stati Uniti, affligge più di dieci milioni di persone. L’unica variante ad un copione monotono è stata la rivelazione di Kerry, che intende essere “il secondo presidente nero d’America dopo Clinton”, un’uscita infelice, visto che ad eleggere Clinton come primo fu Toni Morris, scrittrice afro americana premiata con il Nobel per la letteratura, in vena di ironia.


LA GUERRA AI POVERI DI DEMOCRATICI E REPUBBLICANI

Bush e Kerry, nati fra agi miliardari, sono lontani anni luce dai bisogni della gente ed è probabile che intendano proseguire la guerre ai poveri iniziata da Reagan e portata avanti da Clinton e dal suo consigliere Morris, ostili alle “madri troppo prolifiche, che pretendevano di far crescere i figli riscuotendo assegni di sussistenza dallo Stato”. Il governo che nascerà il due novembre dovrà fare i conti con l’Europa e la sua economia e, tra un Bush che conta sulla guerra per rinsaldare le finanze e un Kerry che si prepara a dare, a saccheggiare le  casse dei lavoratori su suggerimento del predecessore Clinton, alla fine i due partiti maggiori troveranno sicuramente un onorevole compromesso. “La politica e il denaro non si vedono spesso in giro perchè sono sempre a letto insieme”, dicono gli americani, e, nel caso dei loro politici, sembra che si tratti di un menage à trois.  Con Clinton, i magnati della finanza conobbero un’epoca irripetibile. Non a caso, passerà alla storia come “il missile capitalista”.


SCEGLIERE IL MINORE FRA DUE DIAVOLI

I cronisti, ormai esausti, non hanno voglia di indagare sui brogli elettorali e sulle poche garanzie che offre il voto elettronico e preferiscono concentrarsi sul look dei candidati o  ritornare, per la milionesima volta, sui trascorsi militari di Kerry.

Karl Rove, il talent scout di Bush, ha già allertato un esercito di avvocati soprattutto in Florida, nella malaugurata ipotesi che il fratello governatore dell’attuale presidente non riesca ad accomodare le liste elettorali in tempo per permettere a Dubya di trionfare.
Il ritornello “chiunque-ma-non-Bush” potrebbe aver convinto i residenti della Florida a spostarsi su Kerry ma il supervisore, Katherine Harris, già nota al grande pubblico come presunta “maitresse” di G.W.  sorveglierà i seggi, anche se Rove non si fida di lei e conta sugli avvocati pronti ad entrare in azione. Se Kerry dovesse farcela con pochi voti di vantaggio, gli avvocati si metteranno subito in azione. Dal’altra parte, non tutto è perduto: nel 1996 la gente sembrò non poterne più di Clinton e, invece, il presidente democratico trionfò. A volte, è sufficiente farsi vedere con un Bibbia in mano per ribaltare i pronostici, tanto il 70% almeno dell’elettorato ignora persino quali siano le mansioni del capo del governo.


CHE COMPITI HA IL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI

Il presidente degli Stati Uniti è autorizzato a firmare dichiarazioni di guerra, previa autorizzazione di almeno due terzi del Congresso, assume il comando delle forze armate, nomina ambasciatori e giudici della Corte Suprema e può sostituire un Senatore con una persona di sua scelta qualora risulti vacante una poltrona. In caso di alto tradimento, può essere destituito attraverso un processo detto “impeachment”, richiesto più volte per Bush nell’arco dei quattro anni del suo mandato senza che il pubblico abbia prestato molta attenzione alla cosa.

 

L’IMPERO E I SUOI ALLEATI

Sino a qualche anno fa, riferiscono le cronache, il mondo viveva nell’incubo del comunismo mentre la devastazione geografica, culturale ed economica di un numero infinito di paesi ad opera dell’esercito USA, con l’approvazione di repubblicani e democratici, spaventava di meno. Oggi che il comunismo non c’è più, l’alleanza atlantica è invece sempre al suo posto e gli Stati Uniti vendono oltre frontiera il 50% della loro produzione di annuale di armi.
Sia che il presidente resti lo stesso o che ne arrivi uno nuovo, l’atlantismo continuerà ad espandersi perché le elites finanziarie che sostengono il mondo politico non rinunceranno per nessun motivo al mondo al dominio della globalizzazione. In qualsiasi modo vadano le cose, democratici e repubblicani troveranno il modo di spartire i proventi, soprattutto in un’epoca come quella attuale, dove basta un assegno per garantirsi alleati.
I governi degli altri paesi, che hanno messo a repentaglio la vita dei loro cittadini per sostenere le guerre imperiali degli Stati Uniti dovrebbero chiedersi se valga la pena di continuare a pagare un prezzo altissimo per essere chiamati servi di Washington.
Persino Edward Lutwak, commentatore politico americano noto anche in Italia, ha scritto di non aspettarsi un gran che da un cambio della guardia, visto che, dice, solo con il microscopio è possibile riconoscere le politiche di Kerry da quelle di Bush, soprattutto quando si parla di petrolio. Al Gore, sconfitto nel 2000, che quando parla di grezzo fa finta di arrossire, è avido quanto lo spudorato Bush, che ostenta la sua golosità. Per convincere l’elettorato è rispuntato persino Bin Laden, un fantasma per tutte le stagioni, grazie al quale si potrà continuare a mantenere il paese nel terrore mentre le compagnie petrolifere impazzano in Iraq. Alcuni affermano si tratti di un fotomontaggio, ma è impossibile affermarlo con sicurezza.
Quello che è invece certo è che Clinton e Bush hanno usato esattamente gli stessi pretesti per mandare l’esercito a bombardare paesi inermi. I primi ricatti nei confronti degli iracheni, considerati nemici dell’America, risalgono al primo governo Clinton del 1998, oltre tre anni prima che venissero abbattute le Torri Gemelle e furono pronunciati dallo stesso presidente.
Per giustificare l’operazione “Desert Fox”, il 16 dicembre del 1998, Clinton parlò di armi biologiche in mano a Saddam Hussein e di gas sconosciuti pronti ad avvelenare i cittadini americani. Immediatamente dopo, si augurò che l’Iraq trovasse presto un nuovo governo ed una nuova era. Durante la campagna elettorale del 2000, Al Gore fu ugualmente minaccioso nei confronti di Saddam Hussein.

A tutt’oggi, sono oltre 1.100 i soldati USA che hanno perso la vita in Iraq e circa 100.000 i caduti tra i civili, ma le truppe sono ormai estenuate, tanto che si sono più volte rifiutate di obbedire, come accadde nel Vietnam dopo il 1973, quando i plotoni sparsi nella giungla iniziarono ad infischiarsene degli ordini, dopo aver saputo che mentre migliaia di loro commilitoni morivano, il presidente tradiva con disinvoltura la patria. L’attuale governo viola ogni giorno la risoluzione 1483, che vieta l’accaparramento di petrolio, senza neppure giustificarsi e nessuno sembra preoccuparsene.


ASPIRANTI PRESIDENTI SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI

Bush portò con se a Washington il pesante fardello dei 158 mandati di morti firmati senza battere ciglio ed ha sempre osteggiato la libertà delle donne a decidere per una maternità responsabile. Kerry è cautamente favorevole all’aborto e non ha le idee molto chiare sulla pena di morte. A prescindere da chi verrà eletto, inutile illudersi che la pena capitale venga abolita per suo volere perché sono gli Stati a decidere in modo indipendente continuare a portare a termine le esecuzioni e non il governo centrale. Esistono giudici che condizionano la condanna alla pelle dell’imputato e, in questo caso, la Corte Suprema è chiamata ad accogliere, se crede, il ricorso dell’imputato e qui il presidente può giocare un ruolo poiché è lui che sceglie i giudici di Corte Suprema.
Kerry non ha mai firmato mandati di morte unicamente perché non è stato governatore e in Massachussets la pena capitale non è ammessa comunque.
L’ultimo governo democratico, quello di Bill Clinton, ha apportato cambiamenti alle leggi capitali usando il pretesto degli atti di terrorismo avvenuti ad Oklahoma City, anche se, durante la campagna elettore, Bill Clinton aveva promesso una riforma per rendere più umano il sistema detentivo del paese. Invece, l’unica cosa che cambiò fu il numero dei detenuti, che, in otto anni di governo democratico, crebbe di parecchie migliaia.
Gli abolizionisti sembrano intenzionati ad accordare comunque a Kerry  la fiducia, mentre gli animalisti hanno cambiato idea dopo le dichiarazione del senatore democratico a favore della caccia. Per ingraziarsi qualche voto, Kerry si è fatto sorprendere, nonostante l’aplomb aristocratico, mentre squartava un’anatra e i difensori dei diritti degli animali non intendono perdonarlo. La guerra a Ralph Nader è un altro degli errori di Kerry che hanno spinto l’elettorato ad abbandonarlo lungo la strada. Una fatica oltretutto sprecata, visto che moltissimi elettori di Nader non avrebbero comunque votato per lui. Una volta di più, tra democratici e repubblicani, c’è stato il tacito accordo di rendere la vita difficile al cosiddetto “terzo partito”.
Nader, unico candidato pacifista ed a favore di un sistema sanitario esteso a tutti, è visto come il fumo negli occhi da entrambi gli schieramenti, timorosi di essere screditati come fantocci al servizio delle multinazionali. Ed è certamente vero che, se Kerry vincesse, sarebbe soltanto la destra del suo partito a vincere: tutti gli altri sperano che non avvenga.


GLI SCHELETRI NELL’ARMADIO REPUBBLICANO

Un articolo pubblicato lo scorso 27 ottobre denuncia che Bush aveva intenzione di attaccare l’Iraq prima ancora di diventare presidente.
All’uomo che gli scriveva i discorsi durante la campagna confidò che suo padre aveva gettato al vento tutti i proventi della Guerra del Golfo del 1991. Mickey Herskowitz ha fatto anche da ghost-writer a Bush nella stesura della sua autobiografia ed è ritenuto un testimone attendibile. E’ stato lui a rivelare che il padre del presidente, l’ex presidente Bush Senior, gli aveva sconsigliato, nel 2003, di invadere l’Iraq. Avendo frequentato a lungo la famiglia Bush, è stato in grado di confermare quello che tutti avevano già intuito, ovvero la diserzione di Dubya che riuscì ad imboscarsi per non essere spedito in Vietnam. Il presidente, l’unico che gli americani abbiano visto comparire in uniforme militare in tutta la storia del paese, pur amando infilarsi la tuta da aviatore non ha mai pilotato un velivolo in tutta la sua vita ma ama far credere il contrario.
A Herskowitz, Bush ha anche rivelato di non aver mai più accettato di incontrare gli ex soci in affari che lo avevano trascinato nel fallimento.
Mickey Herskowitz dice di aver esitato a lungo prima di tirare fuori i vari scheletri nascosti nell’armadio presidenziale ma di aver deciso alla fine di farlo per non ingannare il paese.


E TUTTE LE BUGIE DEI DEMOCRATICI

E’ probabile che il tanta “chiunque-ma-non-Bush” derivi dall’antipatia della gente verso Bush, ma non tenga in alcun conto le tante carenze dei democratici.
Sarebbe bene ricordare che alcune decisioni di Bush sono state possibili solo grazie a leggi volute da Clinton. La continuità tra i due uomini politici è sorprendente.
In tema di ambiente, ad esempio, i democratici hanno la coscienza molto più nera dei repubblicani. Durante la campagna elettorale del 1992, Clinton e Gore promisero di chiudere l’inceneritore di East Liverpool, che ha avvelenato l’aria per chilometri con le esalazioni di sostanze tossiche e che si trova nei pressi di una scuola elementare, ma, una volta preso possesso della Casa Bianca, si rifiutarono di farlo.
Il governo Regan aveva proibito l’importazione dei pesticidi a base di PCB e fu Clinton che la fece annullare e che apportò modifiche alle leggi sull’acqua potabile, costringendo gli americani a bere acqua inquinata da sostanze pericolose per la salute.

Il governo democratico terminato con l’elezione di Bush diede il via alla perdita di milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti, concedendo finanziamenti agli industriale che trasferirono i loro impianti nei paesi del terzo mondo per ridurre i costi di produzione. Gli incontri di Clinton con Monica nella stanza ovale servirono a distrarre l’opinione pubblica dallo scandalo dei fondi alla Banca Morgan.
L’ostentata disinvoltura in materia sessuale non impedì al presidente di varare “l’Atto in Difesa della Sacralità del Matrimonio”, riferita ovviamente agli eterosessuali, che Bush ha poi preso a pretesto per negare ai gay la possibilità di unirsi legalmente. E Bill&Hillary, uniti in politica e nella vita, votarono per l’attacco all’Iraq del 2003.


VOTI IN BIANCO&NERO

Secondo John Ascroft, gli americani sono un popolo invincibile ma la campagna elettorale ha mostrato invece un paese diviso e lacerato da molte contraddizioni. Non è bene abbandonarsi a giudizi semplicistici ma va detto che forse sono stati i bombardamenti della stampa a togliere al popolo la necessaria lucidità per chiarirsi le idee. La scarsa consistenza dei candidati lascia prevedere un alto numero di astenuti, ma con il trascorrere delle ore, l’attesa cresce.
Le ultime notizie fanno anche temere che rischia di ripetersi quanto accadde nel 2000, quando fu necessario l’intervento della Corte Suprema per stabilire il vincitore ma anche il voto elettronico potrebbe complicare le cose. Si è parlato anche di brogli ma è certamente troppo presto per dire con esattezza se ci siano stati. Si ha invece la sensazione che esistano due gruppi, non comunicanti fra loro, che voteranno nello stesso paese. Il primo avrà l’opportunità di scegliere da chi essere guidato. L’altro gruppo ha invece la sensazione di dover votare per riscattarsi dalle angherie subite per causa del primo.

Gli afro americani che andranno a votare il due novembre o che lo hanno già fatto saranno probabilmente di più di quelli delle passate tornate elettorali proprio a causa del desiderio di riscatto, perché, dai tempi della schiavitù, si sono sempre trovati davanti barriere che hanno impedito loro di accedere alle urne come gli altri. Nel 2000, 27.000 restarono esclusi e, dall’11 settembre in poi, è di nuovo iniziata la criminalizzazione basata sul colore della pelle. Stavolta, 25.000 volontari controlleranno le aree dove la popolazione di colore è più numerosa per controllare che tutto si svolga regolarmente. E per stabilire che  l’America è una sola e non due .

Bianca Cerri




























postato da fdf | 08:54 |



sabato, ottobre 30, 2004

I GIOCHI SPORCHI DEI DEMOCRATICI CONTRO NADER
Mentre l'attenzione degli Stati Uniti e del mondo è puntata sui due candidati principali, Bush e Kerry, non bisogna dimenticarsi che non vi sono solo loro, ma che ci sono anche una serie di candidati minori che potranno avere un ruolo molto importante nello stabilire il risultato finale. Il più conosciuto di questi è senza dubbio Ralph Nader, a causa del fatto che molti democratici addebitano alla sua presenza sulle schede elettorali la sconfitta di Al Gore nelle elezioni del 2000, che ha aperto la strada a questi 4 anni di presidenza Bush. Quest'anno Nader, come ben sappiamo, si è candidato nuovamente, ma come indipendente, visto che i Verdi hanno deciso di appoggiare Cobb come candidato presidente. Nonostante tutto Nader è stato la vittima di una vera e propria campagna di persecuzione da parte dei democratici che hanno fatto di tutto per evitare si potesse solo presentare alle urne in molti Stati. E qualche risultato l'hanno ottenuto: difatti Nader è presente solo in 35 Stati (con due ancora in ballo), ma non in alcuni di quelli vitali per la presidenza, come Ohio e Pennsylvania, dai quali è stato escluso per presunte frodi nella presentazione delle firme di appoggio alla candidatura. Ma soprattutto, tutti i sondaggi nazionali gli danno poco più dell'1%, in forte calo rispetto al 2,74% che ebbe nelle elezioni del 2000.

Ma in tutto questo non c'è nulla di cui rallegrarsi. Da una analisi di Stephen Conn, un professore di diritto dell'Università dell'Alaska, riportata per prima sul sito di Counterpunch e tradotta poi in italiano per conto di Peacelink, veniamo infatti a conoscenza del fatto che uno dei principali finanziatori della campagna anti Nader è stato il Ballot Project Inc., inizialmente fondato da Robert Shapiro, ex amministratore delegato della Monsanto, una delle aziende fautrici dell'agricoltura genetica, grazie alla donazione di 25.000 dollari (un importo che è ben al di sopra dei limiti di legge stabiliti per i finanziamenti ad una campagna elettorale), forniti dal miliardario democratico della costa Ovest degli Stati Uniti, Max Palevsky. Un altro gruppo, chiamato ufficialmente "Focus on Ballot Qualifications, Inc." è poi stato fondato lo scorso Luglio da William C. Oldaker, in precedenza consulente del candidato Wesley Clark e adesso sostenitore di Kerry, primo consigliere generale della FEC - Federal Electoral Commission - uno stratega di legge elettorale e da lungo tempo un membro del Partito Democratico, proprio per finanziare il Ballot Project Inc.

Oldaker è un socio nello studio legale democratico Oldaker, Biden e Belair, nonchè il principale finanziatore del The National Group costituitosi recentemente. I suoi clienti, compresa l'Associazione Carbone Bituminoso, la Delta Air, la Corning Glass, la Equifax e le Neuralstem Biopharmaceuticals (che Oldaker ha co-fondato) cercano regolarmente quel tipo di favori speciali dal governo del tipo che Nader ha largamente denunciato nel corso della sua attività politica. E' questo il motivo per il quale la Ballot Project Inc. è stata di fatto la coordinatrice del progetto anti-Nader per sbarrargli l'accesso alle elezioni con lo spiegamento di centinaia di avvocati in tutto il paese. In particolare nello stato della Pennsylvania, il favorito dell'industria bancaria, farmaceutica e della pubblicità, attraverso il lavoro dello studio legale repubblicano Reed Smith, e nell'Ohio facendosi aiutare dagli avvocati difensori della General Motors e del gigante del tabacco Brown and Williamson, vale a dire lo studio legale Kirkland and Ellis. I soci di entrambi gli studi sopraccennati non hanno fatto alcuno sconto a Nader, cercando di combattere in tutti i modi la sua candidatura negli Stati sopraccennati ed arrivando a spendere con i propri tentativi centinaia di migliaia di dollari in ore di lavoro congiunto, senza che la stampa ufficiale chiedesse loro almeno una volta conto di ciò che stavano facendo.

Il secondo fronte dell'offensiva anti Nader si è invece basato su una campagna propagandistica orchestrata da Progressives for Victory, un comitato politico pro-Kerry che è stato creato lo scorso Giugno da Oldaker, alloggiato negli uffici in DC di Robert Brandon and Associates, 1730 Rhoe Island Ave., suite 712, che è lo stesso ufficio che alloggia il Ballot Project. In "lettere aperte," piene di quello che gli avvocati chiamano il linguaggio "bollente" del gruppo di studio e che sono state fatte circolare ai progressisti, a livello di singoli stati e a livello federale, e nei comunicati stampa, Robert Brandon ritrae Nader come un simbolo della destra
repubblicana e come un "divisore" del momento progressista. Fiduciosi attivisti pacifisti e progressisti in tutto il paese si sono uniti al 'United Progressives for Victory' senza pensare una seconda volta quanto alla veridicità delle affermazioni di Brandon. Ma nelle campagne elettorali, come in guerra, la verità è effettivamente la prima vittima.

I portavoce nei confronti dei media sia per il Ballot Project che per il United Progressives for Victory sono infatti Brandon e Toby Moffett. In particolare Moffett è un ex funzionario della Monsanto, e adesso lobbista al servizio di paesi stranieri, le Isole Cayman, la Turchia (a 1.8 milioni di dollari all'anno) e il Regno del Marocco, appaltatori della difesa quali Raytheon e Northup Grumman e la McDermott International, una ditta di trivellazioni petrolifere di Houston fortemente interessata all'immunità dalle responsabilità nell'uso dell'amianto. Moffett è un socio del gruppo Repubblicano (Bob) Livingston e del suo Livingston - Moffett International Group Practice. Moffett fa una montagna di soldi per i suoi clienti avvantaggiandosi della guerra e dell'occupazione dell'Iraq. Un cliente di Moffett è una ditta britannica, la De La Rue. Attraverso l'impegno di Moffett si è assicurata i contratti per stampare la nuova moneta e i nuovi documenti di viaggio dell'Iraq. Il gruppo Livingston ha guidato la Turchia alla sua lucrativa alleanza da un miliardo di dollari più aiuti stranieri con l'amministrazione Bush.

Nader sostiene che Moffett sia colui che ha trasformato il Democratic Leadership Council in una borsa che raccoglie per il partito il denaro donato dalle multinazionali. Le donazioni delle multinazionali hanno però delle corde a cui sono legate. Ralph Nader sostiene infatti che questo sia il motivo per il quale Kerry non prende una posizione più ferma sull'Iraq e non sostenga a pieno il diritto degli americani ad un sistema sanitario universale. Apparentemente le multinazionali che sono clienti di Oldaker e di Moffett non hanno trovato che ci sia alcun conflitto fra la strategia politica impiegata dai loro agenti per negare l'accesso al voto di Nader e per diffamarlo, e il loro desiderio di screditare l'agenda contro le multinazionali di Nader e, con esso, il momento progressista - sia che Kerry venga eletto oppure no. Sta di fatto che questa storia, congiuntamente alle notizie che sono arrivate durante tutta la campagna elettorale, riguardanti l'ostracismo dei democratici alla sola candidatura di Nader in vari Stati, lascia piuttosto l'amaro in bocca su quale sia la "sinistra" alla quale tutto il mondo si affida, nella speranza che venga sconfitto Bush.

Daniele John Angrisani

Altre fonti per approfondire l'argomento:
http://italy.peacelink.org/mediawatch/articles/art_7458.html
http://italy.peacelink.org/mediawatch/articles/art_6383.html





postato da fdf | 13:23 |



venerdì, ottobre 29, 2004

ELEZIONI USA: SONDAGGIO SETTIMANALE AFRICANO
Da quale dei due candidati alle prossime presidenziali USA l' Africa puo' aspettarsi di più ? Lo ha chiesto il settimanale "Jeune Afrique" ai suoi lettori, ottenendo fino ad ora più di 7.000 risposte.
John Kerry riscuote la fiducia del 55,3%,  mentre George W. Bush viene "stracciato" con un misero 11,6%.
Interessante é pero' la percentuale di coloro i quali non si attendono nulla di nuovo da nessuno dei due contendenti: 30,6%; i senza opinione sono il 2,5%. Pur se il campione é molto ridotto, va tenuto conto che le risposte sono state certamente fornite da lettori di una posizione socio-culturale superiore alla media, ma riflettono indiscutibilmente il pensiero dell' uomo della strada.

Franco Chiavegatti




postato da fdf | 20:57 |


BUSH E KERRY IN COMPLETA PARITA' SECONDO IL SONDAGGIO GIORNALIERO REUTERS
WASHINGTON
(Reuters) - Il senatore democratico John Kerry si trova in completa parità con il Presidente Bush a quattro giorni dalle elezioni per la Casa Bianca, secondo un sondaggio Reuters/Zogby rilasciato venerdì.

Bush e Kerry sono appaiati al 47% dei voti nell'ultimo traking poll visto che il senatore del Massachusetts ha guadagnato due punti su Bush rispetto all'ultima rilevazione. Bush conduceva infatti su Kerry 48-46% secondo la rilevazione di giovedì.

La completa parità nei sondaggi è ovvia indicazione del fatto che è molto probabile che le elezioni di martedì 2 novembre finiranno in un altro testa a testa come quelle precedenti, con nessuno dei due candidati che riuscirà a stabilire un vantaggio netto sull'avversario o rompere la soglia del 50%.

"Mancano solo 4 giorni alle elezioni e siamo tornati al punto di partenza, un vero e proprio testa a testa al fotofinish," ha detto il sondaggista John Zogby. "Kerry ha avuto una buona giornata oggi."

Zogby ha detto che Kerry ha rinforzato il suo supporto tra le donne, i cattolici, i single, gli ispanici e i ragazzi dai 18 ai 24 anni, ma allo stesso tempo ha perso qualche voto tra gli elettori neri, scendendo all'82%.

Il democratico Al Gore prese più del 90% del voto nero contro Bush nel 2000, ed un minor supporto dei neri per Kerry o una minore affluenza alle urne potrebbero essere fatali per i democratici in molti dei più grandi Stati in gioco.

Ormai solo il 3% dei probabili votanti rimane indeciso. A questo punto delle elezioni del 2000, Bush conduceva su Gore di tre punti nel tracking poll giornaliero.

Il sondaggio, condotto su 1.203 potenziali elettori tra martedì e giovedì, ha un margine di errore del più o meno 2.9%. Il rilascio di tracking poll giornalieri continuerà fino a lunedì 1 novembre.

Bush ha guadagnato terreno in alcuni degli swing State più critici che decideranno chi riuscirà a prendere i 270 voti elettorali necessari per vincere, essendo in testa in 5 dei 10 swing State che sono sotto osservazione dai sondaggi giornalieri della Reuters/Zogby.

Bush è in vantaggio in Florida, Michigan, Minnesota, New Mexico e Nevada, mentre Kerry è davanti in Colorado, Iowa, Ohio e Wisconsin. Lo Stato chiave della Pennsylvania è in completa parità.

Bush ha guadagnato un vantaggio di due punti in Michigan dopo essere stato fino a 10 punti dietro Kerry quando domenica scorsa abbiamo iniziato a rilasciare i tracking poll Stato per Stato. Bush ha anche un vantaggio marginale di 1 punto in Florida mentre Kerry ha un vantaggio di 3 punti in Ohio. C'è da tenere conto però che tutti questi sondaggi cadono all'interno del margine di errore e quindi statisticamente sono insignificanti.

Il sondaggio a livello federale mostra che il candidato indipendente Ralph Nader, sotto accusa da parte di alcuni democratici per aver preso voti da Gore, che alla fine gli avrebbero costato la vittoria elettorale nel 2000, ha solo poco più dell'1% dei voti per questa tornata elettorale.

Un tracking poll è la combinazione dei risultati di tre notti consecutive di sondaggio, in modo che quando una nuova notte è aggiunta prende il posto di quella più vecchia. Permette in questo modo agli istituti di sondaggio di tenere conto dei cambiamenti nel giudizio degli elettori appena essi avvengono.

Tradotto da Daniele John Angrisani


postato da fdf | 14:39 |


KERRY VINCE LE BABY-ELEZIONI USA
E' il democratico John Kerry il presidente che vorrebbero i bambini americani, almeno secondo il sondaggio promosso da Nickelodeon, il canale televisivo per ragazzi che entra tutti i giorni in oltre 86 milioni di case statunitensi.
Circa 400 mila bambini di età` compresa tra i 2 e gli 11 anni hanno espresso le loro preferenze politiche sul sito nick.com, decretando la vittoria di Kerry con il 57% dei voti, mentre l'attuale presidente George W. Bush ha ottenuto il 43% dei consensi.

Nickelodeon non è nuovo a questo genere di iniziative: l'indagine elettorale dei baby-elettori h stata condotta dal 1998 e la cosa sorprendente è che, almeno fino a questo momento, i risultati del "kids vote" hanno sempre rispecchiato quelli delle presidenziali vere. Oltre al voto "virtuale", i piccoli spettatori di Nickelodeon hanno anche un altro, più importante compito: quello di spingere genitori, nonni, zii, fratelli più grandi e insegnanti a compiere il loro dovere elettorale.

L'iniziativa, significamente chiamata "Nag the vote", esorta i bambini a mettere sotto pressione gli adulti con email e telefonate affinchi non vadano ad alimentare il partito degli astensionisti. Le elezioni virtuali sono l'ultima fase di una strategia di educazione alla politica promossa dal network americano che, oltre a trasmettere unaserie di informazioni sul voto del 2 novembre, ha organizzato una serie di dibattiti in cui i bambini hanno potuto dire la loro in materia di terrorismo, guerra in Iraq e ambiente.

Marina Spironetti (grazie alla redazione di "Articolo21")



postato da fdf | 08:55 |



giovedì, ottobre 28, 2004

PASSIONE E DISPUTE ELETTORALI IN AUMENTO IN FLORIDA
KENDALL, Florida, 27 Ott. - E' come se le elezioni presidenziali del 2000 non fossero mai finite qui.
Sei giorni prima dell'Election Day, la Florida è di nuovo in preda alle notizie di presunte irregolarità elettorali, dalle denunce sugli absentee ballot che sono andati persi misteriosamente nella Contea di Broward alle accuse sulla soppressione dei voti nei distretti abitati dalle minoranze etniche fino ad preoccupazioni riguardanti i nuovi sistemi di voto elettronico touch-screen della Diebold, che saranno usati in Florida per la prima volta in queste elezioni. Alcuni elettori della Florida hanno già
aspettato oltre tre ore in fila per poter votare in anticipo per le elezioni presidenziali, come dimostrazione che quello che è successo nel 2000 ha ancora forte presa sugli elettori. L'interesse è anzi così intenso che molti analisti stimano che più del 75% degli elettori della Florida voteranno entro l'ora di chiusura delle urne martedì sera.

La misteriosa scomparsa degli absentee ballot ha solo aumentato i sospetti tra i ranghi dei Democratici già poco inclini ad avere fiducia del governo di uno Stato controllato dal fratello del Presidente Bush, il Gov. Jeb Bush, mentre gli istituti di sondaggio già affermano che la gran parte degli elettori della Florida hanno paura che il loro voto non sarà contato correttamente.

Il Dipartimento della Giustizia della Florida ha detto mercoledì di non aver trovato alcun segno di frode elettorale in atto dopo aver investigato sulle denunce riguardanti la scomparsa su larga scala di absentee ballot nella Contea di Broward. Ma permangono alcune questioni in sospeso riguardanti dove le schede siano andate a finire e se sarà comunque possibile votare per coloro che le avrebbero dovute ricevere.

L'atmosfera qui è tossica come nel 2000, e entrambi i partiti si attendono qualcosa di simile a quei famigerati 36 giorni che nel 2000 hanno segnato la storia giudiziaria post-elettorale di questo Stato. I Democratici ed i loro supporter hanno già denunciato 11 casi riguardanti varie violazioni elettorali, secondo un conteggio tenuto dai Repubblicani. Ed entrambi i partiti si stanno preparando per ulteriori denunce e cause giudiziarie, mentre gran parte dei sondaggi elettorali mostrano la Florida in completa parità tra i due schieramenti.

"Sembra già di essere nel riconteggio," ha detto mercoledì Mindy Tucker Fletcher, un anziano stratega dei Repubblicani che è stato qui già nel 2000.
"Non ricevo telefonate dai reporter riguardo ai programmi elettorali. Le ricevo per chiedermi cosa penso degli absentee ballot scomparsi, o delle accuse dei Democratici riguardo la soppressione dei voti neri. Raramente ricevo telefonate riguardo il presidente e il suo programma sull'educazione."

Quasi ogni giorno che è passato nelle ultime due settimane, il presidente Bush, l'ex presidente Clinton, il candidato presidente Kerry o i due candidati vicepresidente, sono venuti in Florida, trascinando con sè ai comizi folle di participanti la cui rabbia e passione lascia pochi dubbi sul fatto che anche quest'anno il risultato finale qui in Florida sarà importantissimo, e molto probabilmente ben poco conclusivo, come è già stato quattro anni fa.

Mentre Bush ed il Senatore John Kerry sono attesi qui nel fine settimana - e mentre i loro vice sono già stati in Florida mercoledì - questo Stato ha già assunto il primo posto come importanza tra i "battleground States" ed è uno specchio delle tensioni che attraversano l'intero Paese in attesa del voto di martedì.

"Quando sono arrivato qui questa mattina, ho cominciato a pensare, 'Siamo di nuovo al punto di partenza?' " ha detto Al Gore, che ha visto scomparire proprio qui le sue speranze presidenziali nel 2000, in un comizio a Coconut Creek nella Contea di Broward lo scorso pomeriggio. "Sono passati quattro anni, ma sembra che siano passate solo quattro ore, poichè ci troviamo nella stessa battaglia per il futuro del nostro Paese che c'era quattro anni fa."

Bill Clinton, dando uno sguardo alla folla che partecipava ad un comizio a Miami, ha detto: "Ricordate bene: abbiamo vinto questo Stato già le ultime due volte; l'ultima volta non ci hanno contato la vittoria. Ma possiamo vincere qui di nuovo."

La reazione della folla alle parole di Clinton è stata quella di applausi e fischi di approvazione. E l'intensità della lotta e della passione politica è fortissima su entrambigli schieramenti dell'arena politica americana.

"Bush è un bugiardo," ha detto Gene Conrad, un insegnante di 65 anni di Jupiter, dopo aver ascoltato un discorso che Kerry ha fatto l'altro giorno sulla religione. "Ci ha mentito sulla guerra. E io non posso votare per uno che è più bugiardo di me."

Altrove nello Stato, a Fort Myers, Bobbie Golfes, il manager di una associazione della Contea, ha detto: "John Kerry non è uno statista. Non ha a cuore l'America. Ho un nipote nei marines, e sono fiero che lui faccia il proprio dovere sotto il comando di George Bush. Non lo sarei se il comandante in capo fosse John Kerry."

Sebbene diverse organizzazioni di stampa del Sud della Florida hanno riportato martedì e mercoledì che decine di migliaia di elettori non hanno ancora ricevuto gli absentee ballot che l'ufficio elettorale della Contea di Broward ha spedito loro qualche settimana fa, Brenda Snipes, la sovraintendente elettorale della Contea, ha riferito mercoledì notte che si tratta in realtà di un numero molto più piccolo.

La Snipes ha detto che l'ufficio ha ricevuto numerose lamentele da parte di persone le cui schede sono state spedite tra il 7 ed il 21 Ott., ma non è ancora chiaro come mai molti di loro ancora non abbiano ricevuto le schede. Ha quindi affermato di aver spedito via corriere espresso delle schede sostitutive a circa 400 persone che vivono al di fuori della Contea, e via posta regolare a circa 2.000 o più persone viventi nella Contea stessa.

Il United States Postal Service ha dichiarato ufficialmente mercoledì che sta trattando la spedizione degli absentee ballot "nel modo più veloce possibile," e non ha "identificato alcun ritardo nella consegna del materiale di voto e delle schede stesse."

Le Contee della Florida stanno trattando attentamente le richieste di absentee ballot per queste elezioni, in parte perchè entrambi i partiti politici hanno incoraggiato questo metodo di voto, oltre a enfatizzare il voto anticipato. Gli ufficiali della Contea di Broward hanno detto al The Sun-Sentinel che ben 126.220 persone hanno richiesto absentee ballot entro martedì.

Una portavoce di Theresa LePore, la sovraintendente elettorale della Contea di Palm Beach, ha detto che il suo ufficio ha già spedito via posta 125.000 absentee ballot e continua a spedirne altre migliaia ogni giorno. Infatti anche molti residenti della Contea di Palm Beach si sono lamentati del fatto di non aver ancora ricevuto le schede richieste alcune settimane fa.

Sebbene le Contee di Broward e Palm Beach siano pesantemente democratiche, la Signora Tucker Fletcher ha affermato che tra coloro che non hanno ancora
ricevuto le dovute schede elettorali dalla Contea vi sono anche molti elettori registrati come Repubblicani.

La gran parte dei sondaggi, inclusi quelli compiuti ogni giorno per conto delle due diverse campagne elettorali, mostrano Bush e Kerry in quasi perfetta parità. Ma gli istituti di sondaggio sono nervosi riguardo alle loro previsioni a causa di tutte le novità che stanno facendo capolino in questa Florida post-2000, iniziando con un aumento di 1.600.000 nuovi elettori registrati, per finire con le previsioni che parlano di un affluenza record alle urne, che potrebbe cambiare del tutto le carte in
tavola.

Incidentalmente, questa è anche la prima elezione presidenziale che è caratterizzata da un forte uso del voto anticipato, ed ha già prodotto lunghe file di persone per votare, come evidenza visiva dell'interesse degli elettori per questa elezione. I collaboratori degli staff elettorali di Bush e Kerry affermano che oltre 1 milione di elettori hanno già votato in anticipo o via absentee ballot, un numero che ha sorpreso tutti.

Entrambe le parti sono impegnate quindi in una disputa che potrebbe essere determinata alla fine da due cose: gli sforzi per far votare il maggior numero di elettori prima dell'Election Day e le cause giudiziarie dopo la fine delle operazioni di voto.

Inoltre, l'apparente asprezza del contesto elettorale qui in Florida ha sorpreso alcuni Repubblicani che pensavano che gli uragani che hanno spazzato lo Stato tra agosto e settembre - accompagnati da una serie di immagini di Bush in aiuto alla popolazione della Florida, mentre Kerry si trovava altrove - avrebbero permesso a Bush di spendere più tempo ed energia in Stati come l'Ohio.

Mercoledì, per esempio, il Vice Presidente Dick Cheney, facendo campagna elettorale a Kissimmee, a sud di Orlando, ha ricordato agli elettori i disastri naturali degli ultimi mesi, ed il ruolo della Casa Bianca per aiutare i residenti della Florida colpiti.

"Lo Stato è stato colpito pesantamente dagli uragani Charley, Jeanne, Frances e Ivan," ha detto Cheney, secondo la trascrizione ufficiale della Casa Bianca del suo discorso, aggiungendo: "Il presidente ed io siamo fieri di tutti i vostri sforzi. E vogliamo farvi sapere che il governo federale sta facendo qualsiasi cosa per potervi aiutare. il Presidente Bush ha approvato la spesa di 13.6 milioni di dollari per il popolo della Florida e degli altri Stati colpiti dagli uragani."

Ma membri di entrambe le campagne elettorali hanno detto che Bush non ha ricevuto l'aiuto elettorale che sperava dalla stagione degli uragani. Invece, collaboratori di Kerry affermano il contrario, vale a dire che gli uragani non hanno permesso che gli abitanti della Florida venissero a conoscenza di alcuni dei momenti più difficili della campagna elettorale di Kerry - dagli attacchi sui suoi trascorsi di guerra da parte di un gruppo di veterani del Vietnam ai racconti di problemi all'interno dello staff della
sua campagna elettorale - ed hanno perciò salvato qui Kerry dagli effetti negativi che si sono avuti, stando ai sondaggi, nel resto del Paese.

Le prime battaglie legali arrivano mentre la Florida sta già avendo esperienza con diversi tipi di voto, in particolare gli absentee ballot, che si attende favoriscano i Repubblicani, ed il voto anticipato, che si pensa favorirà i Democratici.

"Non dovete aspettare fino al 2 novembre per votare," ha detto il vice di Kerry, il Senatore John Edwards, ad un comizio mercoledì qui in Florida, giusto a sud di Miami. "Non vogliamo che voi attendiate fino al 2 novembre."

Le dichiarazioni di Edwards riflettono il calcolo dei democratici, e la credenza di alcuni analisti indipendenti, che un'alta partecipazione alle urne, particolarmente nella forma del voto anticipato, possa aiutare le chance di Kerry. I Democratici ed alcuni analisti indipendenti pensano pensano che un'alta affluenza alle urne sia il risultato dello scontro elettorale del 2000 e si rifletterebbe su un aumento del numero degli elettori delle minoranze e dei giovani che si pensa siano più propensi a votare per Kerry.

"Tutto quello che vedo mi porta a pensare che martedì ci sarà una grande affluenza alle urne, e questo, secondo me, favorirà Kerry," ha detto Jim Kane, capo degli analisti della società di opinione Florida Voter, una organizzazione nopartisan.

Kane ha detto che il voto anticipato porterà vantaggi ai Democratici poichè, se avranno successo nel portare i loro più ferventi supportare alle urne prima del 2 novembre, questo fornirà loro un margine maggiore di flessibilità per convincere gli elettori riluttanti a votare l'Election Day.

Ma il manager della campagna di Bush in Florida, Ken Mehlman, pensa che i Repubblicani faranno meglio dei Democratici nel portare i loro supporter alle urne prima del 2 novembre, e che il partito continuerà ad avere benefici dagli absentee ballot.

"Soprattutto, riguardo alla Florida, abbiamo una splendida organizzazione," ha detto Mehlman. "Penso che il presidente vincerà."
Steve Rosenthal, l'amministratore delegato di America Coming Together, una organizzazione dei Democratici che ha organizzato un lavoro estensivo per portare il maggior numero di persone alle urne, ha ammesso il fatto che i Repubblicani ed i Democratici sono andati testa a testa nella registrazione al voto nei mesi passati.

Ma Rosenthal non si è dichiarato d'accordo con le dichiarazioni di Melham sul fatto che i Repubblicani abbiano fatto come e meglio dei Democratici nel portare i loro elettori al voto prima dell'Election Day.

"Sul voto anticipato, non c'è storia, vinciamo noi," ha detto Rosenthal.

Ufficiali dello Stato si sono messi in moto mercoledì per assicurare gli elettori che non hanno ancora ricevuto i loro absentee ballot di non perdere fiducia nel sistema elettorale.

Alia Faraj, una portavoce del Segretario di Stato della Florida, Glenda Hood, ha detto che le persone che non hanno ancora ricevuto gli absentee ballot potranno comunque votare in persona, sia nei siti per il voto anticipato, sia durante l'Election Day. La Faraj ha anche aggiunto che la Signora Hood è estremamente preoccupata per questo problema.

Herman Post, che divide il suo tempo tra il Connecticut e Boca Raton, ha detto di aver chiamato l'ufficio elettorale della Contea di Palm Beach 10 giorni fa per chiedere che fine avesse fatto l'absentee ballot richiesto a settembre, e gli è stato risposto che gli era stato mandato via posta il 12 Ott.

Poichè Post ancora non aveva ricevuto la scheda, mercoledì ha richiamato di nuovo ed ha ricevuto una brutta sorpresa.

"Mi hanno risposto stavolta che non mi avevano spedito nulla, che non c'era alcuna informazione riguardante una mia richiesta in questo modo," ha riferito. "Penso ovviamente che girino troppe fandonie lì in Florida".

Post, 82 anni, ha affermato che si recherà in Florida apposta per votare, lasciando il Connecticut domenica all'alba.

Adam Nagourney ha riportato da Kendall, Flo., per questo articolo, ed Abby Goodnough da Miami. William Yardley ha contribuito da Broward County, Flo.
(New York Times)

Tradotto in italiano da Daniele John Angrisani

Articolo originale










postato da fdf | 17:45 |



mercoledì, ottobre 27, 2004

FACTBOX- USA 2004: OPINIONI DI BUSH & KERRY SU POLITICA ESTERA

LONDRA (Reuters) - La politica estera è un tema in primo piano nella corsa elettorale per la Casa Bianca tra il presidente repubblicano George W. Bush e lo sfidante democratico, il senatore del Massachusetts John Kerry.

Di seguito una sintesi delle loro opinioni su questi temi:

GUERRA IN IRAQ

Bush ha suscitato disappunto in molti suoi alleati tradizionali dando avvio alla guerra in Iraq nel 2003, evitando le Nazioni Unite, ma ha ricevuto l'appoggio della Gran Bretagna e di un numero di piccoli Paesi. Gli alleati assenti di maggiore peso sono Francia e Germania.

Bush ha detto ora di essere a favore di un maggiore ruolo delle Nazioni Unite e di aver bisogno di altre truppe. Bush ha indicato nelle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein la principale ragione della guerra, ma non ne sono state trovate.

Kerry ha detto che Bush ha commesso un "madornale errore di giudizio" invadendo l'Iraq. Kerry ha dichiarato di aver votato per la risoluzione che autorizzava l'uso della forza in Iraq anche se sapeva che Saddam non aveva armi di distruzione di massa, ma ha accusato Bush di aver abusato della sua autorità per ricorrere alla forza.

Kerry ha detto che vorrebbe convocare un vertice internazionale sull'Iraq e cercare l'appoggio della Nato nella ricostruzione. Vorrebbe aumentare il ruolo delle forze internazionali e si è detto favorevole a un ritiro delle truppe Usa dall'Iraq nel primo semestre della sua presidenza, se la situazione sul posto lo consentirà.

SICUREZZA

Bush ha detto che la guerra in Iraq è centrale per la lotta Usa contro il terrorismo. Ha definito un suo successo la cattura del 75% dei capi di al Qaeda in risposta agli attacchi dell'11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Ha detto che gli sforzi Usa sono anche tesi alla cattura del giordano Abu Musab al-Zarqawi, considerato dalla Casa Bianca un alleato di al Qaeda e il presunto regista degli attentati contro le truppe statunitensi e gli stranieri in Iraq.

Kerry ha dichiarato che Bush ha commesso un grave errore nello spostare l'attenzione dalla caccia al leader di al Qaeda Osama bin Laden alla guerra in Iraq, consentendogli di fuggire alla cattura. Ha promesso che la sua amministrazione stanerà i terroristi prima che possano agire e solleciterà l'appoggio internazionale in questo impegno.

COREA DEL NORD

Bush ha escluso dei colloqui diretti con la Corea del Nord in merito al suo programma nucleare, ma cerca una strategia per convincere il Paese ad appoggiare i negoziati a sei ai quali ha rifiutato di partecipare da giugno scorso.

Lo scorso giugno, Washington ha avanzato una offerta concreta per convincere la Corea del Nord ad annullare i suoi programmi, consentendo ai vicini di Pyongyang di dare contributi in carburante al Paese che ha scarse risorse energetiche, e fornendo assicurazioni che gli Stati Uniti non lo attaccheranno.

Kerry si è detto è favorevole ai colloqui bilaterali con la Corea del Nord come alla prosecuzione di colloqui a sei. Ha detto che l'amministrazione Bush non è riuscita a frenare la realizzazione del sospetto arsenale nucleare della Corea del Nord, a causa della sua riluttanza a coinvolgere Pyongyang.

Crede che gli Stati Uniti debbano prepararsi a negoziare un accordo esteso che comprenda tutti gli argomenti in discussione. Kerry ha detto che non si farà illusioni sul leader nordcoreano Kim Jong-Il. Qualsiasi accordo dovrà avere una verifica rigorosa e condurre a una eliminazione completa e irreversibile del programma di armi nucleari della Corea del Nord.

CINA

Bush ha visitato la Cina due volte, ha ottenuto il suo appoggio alla guerra al terrorismo e ha ammonito il presidente di Taiwan dal provare a interferire. In una recente conversazione con il presidente cinese Hu Jintao, Bush ha ribadito che il governo Usa si atterrà alla sua politica di "una Cina".

Kerry dice che si impegnerà con la Cina affinché aderisca agli standard sul commercio internazionale, la non proliferazione e i diritti umani. Si è anche impegnato a rispettare la politica "una Cina", e dice che continuerà ad appoggiare una risoluzione pacifica delle questioni tra Cina e Taiwan.

IRAN

Bush accusa l'Iran di aver perseguito in modo aggressivo un programma nucleare che potrebbe produre un'arma in tre-cinque anni e si è opposto a un accordo con gli stati definiti dell'"asse del male" come Iran, Corea del Nord e l'Iraq prima della guerra.

Kerry è interessato ad un accordo che potrebbe fornire all'Iran carburante nucleare per generatori di energia se Teheran abbandonerà la sua attività di produzione di carburante.

Hossein Mousavian, capo del comitato di politica estera del Consiglio supremo della sicurezza nazionale dell'Iran, ha detto che l'Iran potrebbe riconsiderare la proposta dopo averla inizialmente respinta.

AFGHANISTAN

Bush ha salutato le elezioni presidenziali in Afghanistan come un successo della politica estera della sua amministrazione, dicendo che si tratta di una vittoria nella guerra al terrorismo.

Kerry ha accusato Bush di aver distratto risorse dall'Afghanistan per ingaggiare la guerra in Iraq. Kerry ha detto che assicurerà che l'Afghanistan riceva le risorse di sicurezza, politiche ed economiche di cui ha bisogno. Kerry ha detto che espanderà l'uso delle truppe Nato oltre Kabul, fermerà il traffico di stupefacenti, accelererà il Programma per il disarmo e la reintegrazione dei signori della guerra e migliorerà l'addestramento delle forze di sicurezza.

postato da fdf | 23:07 |


5 GIORNI: ULTIMO APPELLO AGLI ELETTORI AMERICANI ALL'ESTERO
Finalmente siamo a soli 5 giorni dall'Election Day. In quasi tutti gli Stati si vota di già e l'affluenza alle urne in questi primi giorni lascia prevedere un aumento generalizzato rispetto a quella che si è avuta per le elezioni del 2000. Come abbiamo già potuto vedere precedentemente su questo stesso blog, anche le notizie riguardanti irregolarità e presunti brogli si susseguono una dopo l'altra. Si preannuncia perciò una grande battaglia legale tra i due schieramenti subito dopo la fine dello spoglio delle schede, a meno che, cosa molto improbabile stando ai sondaggi attuali, già la sera dell'Election Day si abbia una indicazione chiara su chi abbia vinto o meno. Sta di fatto comunque che si tratta di una delle elezioni meno organizzate che la storia americana ricordi. Non bastavano infatti i forti sospetti sulle macchine per il voto elettronico della Diebold o le accuse di brogli nella registrazione elettorale formulate nei confronti di società filo-repubblicane, ma per esperienza diretta posso anche affermare che di fatto gli elettori americani all'estero sono stati lasciati praticamente da soli senza alcun aiuto da parte delle autorità competenti per il processo elettorale.

Infatti, nonostante che la mia registrazione al voto risalga al lontano marzo 2004, e nonostante abbia potuto votare anche per le primarie dello Stato a settembre, fino ad oggi ancora non ho ricevuto dallo Stato di Washington il regolare absentee ballot che mi spetterebbe per le elezioni generali del 2 novembre. Ho dovuto perciò procurarmi da solo la scheda di emergenza, il cosiddetto "Federal Write-In Absentee Ballot" (FWAB). Questo tipo di scheda permette di scrivere a mano il nome dei candidati presidente e vicepresidente e di eventuali altri candidati federali (senatori e deputati del Congresso), e ho dovuto inviarla proprio oggi di fretta e furia negli Stati Uniti in modo da essere sicuro che il mio voto possa essere contato entro l'Election Day. Ma non sono l'unico ad avere questi problemi, visto che ho personalmente notizia di almeno altre 3 cittadini americani residenti in Italia e registrati in Stati diversi dal mio che hanno potuto votare solo grazie al FWAB. E' ovvio che questo andazzo non favorisce certo l'afflusso al voto degli americani all'estero, i quali, come si vede, si trovano obbligati a cavarsela da soli e spesso non hanno nè voglia nè tempo di poterlo fare. Ma è bene che lo facciano lo stesso, perchè si tratta di ben 7 milioni e mezzo di potenziali elettori che potrebbero cambiare le sorti di questa elezione, come han già fatto in Florida nel 2000, quando, grazie a loro, purtroppo, Bush ebbe la maggioranza dei voti nel secondo e finale riconteggio.

E' per ovviare a questi problemi che il "Federal Voting Assistance Program" (FVAP) ha deciso di postare sul suo sito una versione online del FWAB, chiamata OFWAB, e che è valida a tutti gli effetti come il FWAB di carta. Questo significa che qualsiasi cittadino americano residente all'estero che sia registrato al voto e non abbia ancora ricevuto il regolare absentee ballot, può scaricarsi questo OFWAB, compilarlo il più presto possibile e spedirlo al County Auditor di competenza, lo stesso a cui è stata mandato a suo tempo la richiesta di registrazione al voto. Per chi è interessato è possibile comunque trovare delle informazioni più dettagliate sul sito del FVAP. Mi preme dire una sola cosa a questo proposito: in molti Stati la scadenza, anche per la ricezione degli absentee ballot, è quella del 2 novembre, e si rischia di non poter far contare il proprio voto se si spedisce in ritardo il proprio voto, per cui chi può si sbrighi il più presto possibile a votare, se non l'ha ancora fatto.

Inoltre proprio per il discorso dei brogli elettorali, che normalmente sono una costante nel conteggio degli absentee ballot, l'associazione dei Democrats Abroad, oltre a fornire una serie di informazioni interessanti per i cittadini americani all'estero che devono votare, ha anche aperto dei siti appositi per riportare qualsiasi problema trovato sinora e anche per richiedere di verificare che il proprio voto venga realmente contato. Mi rendo disponibile anche personalmente per essere contattato alla mia mail per qualsiasi richiesta/spiegazione su questi argomenti. Ne vale la pena. Il tempo è agli sgoccioli ed il futuro dell'America e del mondo dipende anche da voi, come mai prima d'ora.

Daniele John Angrisani


postato da fdf | 22:11 |



mercoledì, ottobre 20, 2004

BROGLI, SCADENZE ELETTORALI, ABSENTEE BALLOT E ALTRE PICCOLE COSE
Mancano ormai solo 12 giorni al D-Day e la campagna elettorale è arrivata alle ultimissime battute. Sia il presidente Bush che il suo sfidante Kerry sono ormai occupati un giorno sì ed uno no a tentare di convincere gli elettori degli Stati chiave a votare per loro. Per questo motivo oggi George W. Bush si è recato nell'importantissima Florida dove, dinanzi ad una folla di suoi sostenitori in delirio a St. Petersburg, ha attaccato lo sfidante accusandolo di avere un record ineguagliabile per le affermazioni contraddittorie dette durante questa campagna elettorale, mentre Kerry gli ha risposto da Wilkes-Barre in Pennsylvania, accusando il presidente di avere condotto un assalto allo Stato Sociale senza precedenti nella storia degli Stati Uniti d'America. Subito dopo Kerry si è recato nel confinante Stato dell'Ohio, il secondo dei principali Stati chiave per la conquista della Casa Bianca, per continuare la sua campagna elettorale senza esclusione di colpi.

Ma proprio dall'Ohio arrivano negli ultimi giorni notizie preoccupanti riguardanti brogli e irregolarità elettorali. I democratici infatti accusano i repubblicani di cercare di intimidire gli elettori e di aver arruolato una schiera di avvocati con lo scopo di rallentare quanto più possibile il processo elettorale, cercando in questo modo di far votare il minor numero di gente possibile, mentre a loro volta i repubblicani accusano la parte opposta di aver brogliato su larga scala durante la registrazione al voto degli elettori. Anche gli stessi ufficiali elettorali dello Stato dell'Ohio si definiscono "molto preoccupati" per quello che potrebbe succedere quest'anno, soprattutto a causa del problema dei cosiddetti "provisional ballot", vale a dire le particolari schede che vengono fornite agli elettori che hanno cambiato indirizzo o nome, ma non hanno aggiornato di conseguenza le loro registrazioni elettorali. Tali schede sono tenute da parte per 10 giorni per verificare l'elegibilità al voto degli elettori che le hanno utilizzate, e sono perciò critiche in quanto "facilmente soggette a manipolazioni" in questo lasso di tempo, come ha riferito Sallie Kirk, uno di questi elettori intervistato dal Columbus Dispatch, uno dei principali giornali locali dell'Ohio. Lo stesso giornale riporta oggi  le nuove regole emesse a questo proposito dal Segretario di Stato dell'Ohio e che non permettono più di conteggiare i voti espressi in un distretto diverso da quello di residenza.

I problemi in Ohio non finiscono però qua, in quanto in almeno due casi, riguardanti absentee ballot spediti dalla contea di Hamilton, il nome di Kerry è stato cancellato dalle schede elettorali e sostituito per errore (?) da quello di Nader. Ques'ultimo, tra parentesi, non ha potuto neppure candidarsi in questo Stato a causa di problemi legati alla presentazione delle firme di sostegno alla sua candidatura. Ma forse la questione che preoccupa principalmente in Ohio è quella dell'uso delle famigerate "punch-card" nelle contee a maggioranza nera. Si tratta dello stesso tipo di schede che nel 2000 ha causato un numero molto elevato di voti non contati (circa il 5% sul totale) in queste stesse contee, comparato con il solo 2% nel resto del Paese. Questo tipo di schede infatti è di difficile comprensione e rischia di mettere in difficoltà gli elettori di aree pesantemente democratiche quali sono le contee nere dell'Ohio e quindi avere effetti che possono essere molto pesanti sul risultato finale di questa elezione, proprio in uno Stato di importanza strategica fondamentale.

Anche dal resto degli Stati Uniti, come abbiamo già visto qualche giorno fa, arrivano in continuazione notizie di possibili brogli e irregolarità elettorali. In particolare c'è una novità che potrebbe interessarmi personalmente, in quanto elettore registrato nella King County dello Stato di Washington, vale a dire la Contea nella quale si trova una delle città più popolose del nord-ovest degli Stati Uniti, Seattle. Infatti il sito web dell'ufficio elettorale di questa Contea ha avvertito che circa 3.500
elettori ivi residenti o registrati potrebbero ricevere per errore diverse schede, delle quali, ovviamente, ne sarà accettata, ai fini del conteggio elettorale, una sola per persona. Dalla Florida invece, Stato nel quale le operazione di voto sono già in corso, arrivano diverse notizie di problemi ai sistemi informatici che avrebbero causato in alcuni seggi un forte rallentamento dei procedimenti per il voto elettronico e una diffusa insoddisfazione tra gli elettori che hanno già espresso il loro voto. E' ovvio che la paura è quella della ripetizione dei brogli che hanno che hanno infestato il voto del "Sunshine State" nel 2000, ma nondimeno l'affluenza alle urne è abbastanza sostenuta e si pensa che nei prossimi giorni prima del 2 novembre voteranno decine di migliaia di persone.

Un altro grosso problema è quello degli absentee ballot di cui abbiamo già accennato diverse volte su questo blog. A causa del forte numero di nuovi elettori registrati dall'estero che hanno richiesto le schede elettorali per il voto e a causa delle incertezze sulla presentazione o meno di candidati di terzi partiti, ben 37 Stati su 50 non sono riusciti a rispettare la scadenza del 10 ottobre entro il quale spedire le schede elettorali per gli elettori all'estero. Visto che in molti casi le scadenze sono tassative per la ricezione dei ballot votati entro il giorno delle elezioni, è ovvio che questo potrebbe causare a molti elettori americani residenti la perdita di fatto del loro diritto di voto per queste elezioni. E' per questo motivo che però esiste il cosidetto "Federal Write-In Absentee Ballot", vale a dire una scheda elettorale particolare che può essere ritirata negli uffici del più vicino consolato o gruppo politico americano e che permette il voto per le sole cariche federali agli elettori registrati residenti all'estero che non hanno ancora ricevuto la scheda elettorale dello Stato di riferimento. Il sito American Overseas for Kerry ha inoltre messo in download sul suo sito una versione stampabile del Federal Write-In Absentee Ballot avvertendo però chiaramente gli utenti/elettori di usarla solo come risorsa estrema quando non è stato possibile in altro modo recuperare tale scheda in versione cartacea prestampata. In ogni caso alcuni Stati, come l'Illinois, hanno dilazionato nel tempo di 15 giorni le scadenze per la ricezione delle schede votate, in modo da permettere al maggior numero di elettori residenti all'estero, soprattutto militari, di poter esprimere liberamente il proprio voto.

La registrazione al voto è però stata un successo non solo all'estero, come abbiamo visto, ma anche sul territorio metropolitano degli Stati Uniti d'America. In particolare, soprattutto negli swing State c'è stato un vero e proprio picco di registrazioni al voto quest'anno e ciò senza dubbio favorisce la previsione di un affluenza elettorale piuttosto alta per i canoni americani. I primissimi dati, riguardanti il numero di elettori militari all'estero che hanno richiesto le schede elettorali (5000 nella sola Alabama) e l'affluenza nel primo giorno di votazioni in Colorado, sembrano confermare questa tendenza. C'è da notare che oltre al Colorado anche la Florida, come già abbiamo accennato prima, ha già aperto i seggi e da oggi questi due Stati sono stati seguiti anche da una contea del North Dakota, la Contea di Cass. Dunque le armi dialettiche ormai sono agli ultimi sgoccioli, la battaglia si sta ormai trasferendo alle urne, e forse successivamente alle cause legali. Di sicuro si preannuncia una elezione di una portata mai vista, sia per la quantità di elettori che andranno a votare, sia per l'importanza della posta in gioco. Rimanete perciò sempre sintonizzati che ne vedremo di tutti i colori nei prossimi giorni.

Daniele John Angrisani



postato da fdf | 09:12 |



lunedì, ottobre 18, 2004

IL NEW YORK TIMES SI SCHIERA CON JOHN KERRY
"Il senatore John Kerry si avvia verso le elezioni con una base elettorale costruita più in opposizione a George W. Bush che sulla propria candidatura.
Ma nell'ultimo anno abbiamo visto tutti come Kerry sia più che una semplice alternativa allo status quo. Possiamo dire che ci piace quello che abbiamo visto di lui. E possiamo anche dire che lui ha tutte le qualità che lo potrebbero rendere un grande presidente, non un semplice rimpiazzo migliore di quello attualmente in carica.

Siamo stati piacevolmente impressionati dalle grandi conoscenze di Kerry e dalla sua chiarezza di pensiero – qualcosa che è finalmente diventata evidente a tutti dopo la sua vittoria nei dibattiti presidenziali. Abbiamo scoperto che, grazie a Dio, sarebbe un presidente capace di rivalutare le sue decisioni una volta che le condizioni dovessero cambiare. E sebbene il servizio militare di Kerry in Vietnam è stato prima pubblicizzato alla grande e poi quasi lasciato nel dimenticatoio, la sua intera vita è stata devoluta al servizio del pubblico, dalla sua esperienza in guerra a quelle nel Senato degli Stati Uniti ed in altri organismi eletti. Ma quello che ci ha colpito in modo particolare è stata la sua figura di uomo con un forte senso della morale.

Non bisogna dimenticare però che questa competizione elettorale riguarda in modo particolare la condotta disastrosa di Bush. Quasi quattro anni fa, dopo che la Corte Suprema gli concesse la presidenza, Bush iniziò il suo mandato tra l'aspettativa generale che si sarebbe rivolto verso il centro, riconoscendo la mancanza di legittimità popolare del mandato che gli era stato conferito. Invece, sin dal primo momento non ha fatto altro che appiattire il governo sulle posizioni della destra radicale.

Il presidente che ha perso nel voto popolare, ha avuto però il suo vero mandato l'11 settembre 2001. Con un Paese in lacrime unito dietro di lui, Bush ha avuto una opportunità senza precedenti per poter chiedere praticamente qualsiasi sacrificio condiviso da tutti per combattere contro il terrorismo. L'unico limite che aveva era la sua immaginazione.

Decise però per un altro taglio alle tasse e per la guerra contro l'Iraq.

Il rifiuto del presidente di mettere da parte i progetti sul taglio delle tasse mentre la nazione si preparava alla guerra è forse l'esempio più lampante della sua completa incapacità a cambiare le proprie priorità di fronte a circostanze alterate.

Insieme con l'invasione dell'Afghanistan, che ha avuto un quasi completo supporto interno ed internazionale, Bush e il suo segretario alla Giustizia misero in piede una strategia contro il terrorismo che racchiudeva in se tutti i crismi del normale metodo di lavoro della sua Amministrazione: una ossessione nixoniana per la segretezza, il mancato rispetto delle libertà civili e la completa inettitudine.

Diversi cittadini americani sono stati detenuti per un lungo periodo senza avere accesso ad avvocati o familiari. Gli immigrati sono stati arrestati in massa e costretti a marcire in galera in condizioni che lo stesso ispettore generale del Dipartimento della Giustizia ha considerato spesso "ingiustamente dure".

I prigionieri catturati durante la guerra in Afghanistan sono stati tenuti in isolamento e senza alcun diritto di appellarsi contro la loro prigionia.
Il Dipartimento della Giustizia è così diventato l'idolo di tutti coloro che nel mondo volevano mettere da parte le regole decennali del diritto internazionale e i trattati che proibivano il trattamento brutale dei prigionieri in tempo di guerra.

Il segretario alla Giustizia John Ashcroft è apparso più volte in televisione per annunciare il sensazionale arresto di persone che poi si è scoperto o essere del tutto innocente, o essere dei semplici operativi di base della rete di Osama Bin Laden, che anche se avevano in mente di organizzare qualcosa di terribile, in realtà non avevano i mezzi per eseguirla. Il Dipartimento della Giustizia non è riuscito quindi a reclamare alcun successo importante nella guerra al terrorismo e ha così perso gran parte della fiducia e della pazienza che il popolo americano gli aveva liberamente concesso nel 2001.

Le altre nazioni, percependo il fatto che gran parte dei prigionieri detenuti a Guantanamo fossero sfortunati innocenti o operativi di Al Qaeda di basso livello, e vedendo con i propri occhi le terribili fotografie provenienti dalla prigione di Abu Ghraib nei pressi di Baghdad, sono state shockate dal fatto che la nazione che avrebbe dovuto fornire le linee guida internazionali sul rispetto dei diritti umani, si sia comportata in realtà in questo modo orrendo.

Come quella per i tagli alle tasse, l’ossessione di Bush nei confronti di Saddam Hussein sembra più vicina al zelo fondamentalista che alla semplice politica. Egli ha venduto la guerra al popolo americano ed al Congresso spacciandola come una campagna antiterrorismo, anche se l’Iraq non aveva alcuna relazione con Al Qaeda.

L’accusa che senza dubbio ha fatto più presa sul pubblico è stata quella che Saddam Hussein fosse vicino ad ottenere delle armi nucleari. Questa accusa era basata su due evidenze principali, entrambe risultate false. La prima era la storia riguardante un tentativo di acquisto di materiale critico dal Niger ed è stata il prodotto di “rumori” di intelligence e falsificazioni a diversi livelli. L’altra evidenza presentata, ovvero l’acquisto di tubi di alluminio che l’Amministrazione affermava sarebbero serviti per la preparazione delle centrifughe nucleari, fu preparata da un analista di basso livello ed è stata di volta in volta smontata sia da indagini interne che da quelle degli ispettori internazionali. I livelli più alti dell’Amministrazione sapevano bene tutto questo, ma hanno continuato a vendere queste menzogne in ogni modo. Ma nessuno dei principali consiglieri del Presidente è stato messo sotto accusa per aver mentito prima della guerra o per la pessima gestione che ha seguito la guerra stessa.

La reazione internazionale contro l’invasione americana è ora stata rafforzata dallo sdegno internazionale nei confronti della totale incompetenza di coloro che dovevano guidare lo sforzo bellico. I leader arabi moderati che avevano tentato di introdurre un minimo di democrazia nei loro Paesi sono ora accusati di legami con una Amministrazione che è vista come materiale radioattivo in tutto il mondo arabo. I leader degli Stati canaglia, incluso Iran e Corea del Nord, hanno a loro volta pensato che la migliore protezione contro un attacco preventivo da parte americana sia quella di dotarsi al più presto di armi nucleari.

Abbiamo inoltre una specifica paura su cosa possa accadere durante un secondo mandato presidenziale di Bush, specialmente riguardo la Corte Suprema. Tutto quello che è accaduto sinora ci fornisce infatti una serie di motivi per essere seriamente preoccupati. Grazie a Bush, Jay Bybee, l’autore di un infame memorandum del Dipartimento di Giustizia che giustifica l’uso della tortura come metodo di interrogatorio, è ora giudice di corte d’appello federale. Bush inoltre rimane innamorato dei suoi tagli alle tasse, ma non ha mai fermato i progetti dei deputati repubblicani per massicci aumenti di spesa, anche per progetti a lui non congeniali, come l’aumento degli aiuti federali alle aziende agricole americane.

Se Bush dovesse essere rieletto, i mercati interni e stranieri saprebbero che la sfrontatezza fiscale continuerebbe imperterrita. Assieme all’enorme deficit della bilancia dei pagamenti, questo accresce il pericolo di una crisi finanziaria, che sarebbe caratterizzata da un declino incontrollato del dollaro e da tassi di interessi più alti nel lungo termine.

La Casa Bianca di Bush ci ha sempre mostrato il peggiore aspetto della destra americana, senza mostrarci alcuno dei vantaggi delle sue politiche.
Abbiamo perciò avuto obiettivi radicali da perseguire ma allo stesso tempo un management inefficiente. Il Dipartimento della Homeland Security è ormai famoso per i suoi livelli di allerta senza alcuna utilità reale e per la sua totale inabilità nel distribuire alla popolazione dei kit antiterrorismo che siano davvero efficienti per contrastare la minaccia attuale. E senza provvedere altre truppe per garantire in modo deciso la sicurezza in Iraq, l’Amministrazione ha gestito in modo completamente errato le risorse umane e tecniche delle forze armate americane, tanto che ora la nazione non è preparata a rispondere ad una qualsiasi crisi che potrebbe capitare in qualsiasi altra parte del mondo.

Kerry ha la capacità di fare molto, ma molto meglio. Ha la volontà – purtroppo quasi del tutto scomparsa in questi giorni a Washington – di raggiungere gli obiettivi passo per passo. Noi siamo sicuri che egli sia uno strenuo difensore dei diritti civili, che possa rimuovere le restrizioni non necessarie che pesano sulle ricerche mediche sulle cellule staminali, e che capisca bene il concetto di separazione tra lo Stato e la Chiesa. Noi apprezziamo molto inoltre il suo piano per fornire l’assistenza sanitaria alla maggior parte di coloro che ora non ne possono usufruire.

Kerry ha un aggressivo ed in molti casi innovativo pacchetto di idee riguardanti la politica energetica, per contrastare il riscaldamento globale e la dipendenza dal petrolio straniero. E’ da lungo tempo un avvocato della riduzione del deficit di bilancio. Nel Senato, ha lavorato assieme al senatore John McCain per restaurare le relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Vietnam, e per condurre indagini sul modo nel quale il sistema finanziario internazionale è stato usato per permettere il riciclaggio dei soldi derivanti dalla vendita di droga o del denaro terrorista. E soprattutto ha già capito che il ruolo dell’America nel sistema mondiale deve essere quello di leader della comunità delle nazioni, non di incontrastata dominatrice in base alla regola “faccio-da-me” in sprezzo a tutti e a tutto.

Noi guardiamo ai quattro anni appena passati con cuori quasi distrutti, sia a causa delle vite che si sono perse senza un motivo davvero valido e che potevano essere salvate, sia per le opportunità che si sono presentate e sono state sprecate nel modo che tutti sappiamo. Più volte la storia ha invitato George W. Bush ad avere un ruolo eroico, e ogni volta lui ha scelto la strada sbagliata. Perciò crediamo fermamente che con John Kerry come presidente, la nostra nazione saprà fare molto di meglio.”

Traduzione di Daniele John Angrisani





postato da fdf | 22:46 |



venerdì, ottobre 15, 2004

THE DAY AFTER THE DEBATE: POSSIBILI BROGLI E SONDAGGI CONTRASTANTI
Messi da parte i dibattiti televisivi, Bush e Kerry sono tornati oggi a fare campagna elettorale sul terreno negli swing State, a cominciare dal Wisconsin, uno di quelli più combattuti secondo i sondaggi che vedono testa a testa Bush e Kerry in quello Stato. Sull'onda lunga dell'ultimo dibattito, i temi che vengono discussi ora sono principalmente quelli interni ed in particolare la situazione economica piuttosto delicata, sulla quale non mancano scambi di battute a distanza tra i due candidati. Nel frattempo però l'attenzione dei media americani si è spostata anche verso i preparativi per le elezioni del 2 novembre, ed in special modo si è concentrata attorno alle notizie di possibili brogli elettorali che si susseguono a un ritmo preoccupante in questi ultimi giorni.

In particolare in Nevada il Segretario di Stato, Dean Heller, ha deciso di aprire una indagine sulle presunte violazioni della legge sulla registrazione elettorale che sarebbero state compiute da una associazione privata per la registrazione al voto, la Voter Outreach of America. Quest'ultima è stata accusata di non aver presentato la documentazione raccolta per la registrazione degli elettori democratici, ma solo quella riguardante gli elettori repubblicani dello Stato del Nevada, uno dei principali swing State. E' da notare infatti che tale associazione è stata creata dalla Sproul & Associates Inc., un think thank filo-repubblicano, con base a Phoenix, Arizona, proprio per favorire la registrazione al voto degli elettori repubblicani. E sempre la Voter Outreach of America è sotto indagine anche in Oregon poichè avrebbe "alterato e distrutto schede di registrazione elettorale" di elettori democratici, così come affermato da Anne Martens, una portavoce del Segretario di Stato dell'Oregon Bill Bradbury.

Ma non è certo finita qui. Infatti dalla contea di San Diego, California, arrivano notizie riguardo errori di stampa sulle schede elettorali che potrebbero causare l'invalidazione del voto di circa 7400 persone che hanno richiesto un absentee ballot per le elezioni del 2 novembre. Comunque al momento attuale, sempre stando alla fonte citata, solo 8 persone tra coloro che hanno ricevuto la scheda elettorale errata hanno denunciato questa cosa. Per fortuna la California non è uno swing State, essendo considerata da tutti come "strong Kerry State", ma c'è da notare anche che solo pochi giorni fa su questo stesso blog si è parlato di un altro errore di stampa nelle schede elettorali della contea di Alma in Michigan. E non posso non dire che questa inflazione di errori di stampa lascia alquanto perplessi.

Dalla Pennsylvania arrivano invece notizie che potrebbero avere una pesantissima influenza sulle operazioni elettorali. Infatti il Dipartimento della Giustizia di questo Stato ha deciso di chiedere ad un giudice federale il permesso per militari e cittadini americani residenti all'estero di poter votare anche nei giorni immediatamente successivi il 2 novembre. Il rischio serio è che in caso contrario molte persone non possano esercitare il loro diritto di voto. Il problema è stato causato dal fatto che mercoledì scorso un giudice ha deciso di far rimuovere Nader dalle schede elettori a causa di evidenti brogli nella raccolta delle firme - addirittura sono state trovate le firme di "Mickey Mouse", vale a dire Topolino, e "Fred Flinstone" a supporto della candidatura di Nader - e ha perciò ha ordinato la ristampa di tutte le schede elettorali. Ovviamente alcune delle contee dello Stato della Pennsylvania avevano già mandato delle schede contenenti Nader, e perciò ora saranno costrette a dover spedire le schede corrette a coloro che hanno già ricevuto quelle precedenti. Il tutto dovrebbe avvenire in un lasso temporale brevissimo (mancano 18 giorni al d-day) a meno che il giudice non decida di garantire ulteriore tempo per votare e spedire indietro le schede votate. E' chiaro però che tutto ciò potrebbe avere degli effetti devastanti sulle elezioni del 2 novembre in quanto, se questa logica verrà accettata, coloro che voterebbero dopo il giorno delle elezioni sarebbero già a conoscenza del risultato degli altri Stati. Provate soltanto a immaginare cosa potrebbe accadere se il risultato della Pennsylvania fosse quello decisivo per la vittoria di uno o dell'altro candidato. In confronto Florida 2000 sarebbe un pallido ricordo.

Inoltre non si spengono le polemiche riguardanti la sicurezza delle macchine per il voto elettronico della AccuVote-TSx, società di proprietà della famigerata Diebold, e che saranno dislocate per la prima volta questo novembre nei seggi elettorali di vari Stati. In particolare in California, 4 contee hanno deciso di non usare più le suddette macchine dopo che una indagine ha scoperto che la Diebold aveva installato del software non preventivamente approvato dallo Stato della California, il quale ha perciò deciso di denunciare la Diebold per false dichiarazioni. Le autorità dell'Ohio invece speravano di installare i sistemi per il voto elettronico in tutte le contee entro novembre, ma hanno dovuto rinunciare dopo che un pannello di indagine indipendente ha trovato 57 buchi di sicurezza che potevano essere sfruttati per hackerare il sistema e cambiare i risultati. Di conseguenza si è dovuti tornare alle "normali" schede per il voto manuale, incluse le famigerate "punch-card" che tanto clamore hanno creato nel 2000 in Florida. Da notare che quest'anno, proprio assieme alla Florida, è l'Ohio l'altro grande swing State che potrebbe decidere con il suo voto chi sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti. Infine Iowa, Montana, North Carolina e Wyoming hanno deciso di aspettare fino al prossimo anno per l'acquisto dei sistemi per il voto elettronico, proprio a causa della mancanza di sicurezza e di standard nazionali accettati da tutti.

Un ultimo breve accenno ai sondaggi: nonostante che i primissimi sondaggi post-dibattito avevano dato Kerry vincitore, oggi sembra essere arrivata una doccia fredda sul candidato democratico. Sia la Zogby, istituto di sondaggi d'opinione ritenuto molto rispettabile da tutti gli opinionisti, che la Rasmussen danno infatti Bush in vantaggio, rispettivamente per 48% a 44% (con un 6% di indecisi che potrebbe essere l'ago della bilancia) e per 49% a 45.5%. Il presidente viene dato in vantaggio di 3 punti, 47% a 44%, anche secondo il tracking poll giornalierio dell'istituto TIPP, che comunque riporta anche in questo caso un 7% di elettori indecisi. Bush è inoltre in netto vantaggio con un margine di 3 a 1 secondo un sondaggio della Annenberg condotto su un campione di 655 tra militari in servizio e membri delle loro famiglie. In lieve controtendenza invece il sondaggio di ieri sera della ABC/Washington Post, che fornisce entrambi i candidati alla pari, fermi al 48%, ma si attendono dati aggiornati in serata.

Daniele John Angrisani


postato da fdf | 23:11 |



giovedì, ottobre 14, 2004

LO SCONTRO SULLA POLITICA INTERNA DÀ INIZIO ALLA VOLATA FINALE
Anche l'ultimo dibattito non ha tradito le attese. Sebbene più impostato verso materie di politica interna rispetto ai due dibattiti precedenti, e perciò molto meno interessante per coloro che non sono cittadini americani e non abitano sul territorio americano, lo scontro è comunque stato aspro per tutto il tempo che è durato il faccia a faccia. Gli argomenti trattati sono stati l'aborto, con Kerry che ha promesso solennemente che se sarà eletto presidente non nominerà un giudice conservatore alla corte suprema, i matrimoni gay, le tasse, l'assistenza sanitaria, il sistema di sicurezza sociale ed infine l'immigrazione. In particolare il momento migliore di Bush è stato sulle tasse, quando è riuscito a far passare l'idea che Kerry abbia votato sempre a favore degli aumenti delle tasse, e contro la riduzione delle medesime effettuata in questi 4 anni e che ha avvantaggiato le piccole e medie imprese.

Ma Bush si è trovato a suo agio anche quando si è parlato dell'importanza della fede per la politica, in tutte le decisioni che ha preso compresa quella difficilissima della discesa in guerra in Iraq. Il candidato democratico ha invece dato il suo meglio sull'assistenza sanitaria e la perdita netta dei posti di lavoro nei 4 anni dell'Amministrazione Bush, incalzando il presidente su questi argomenti e definendoli chiaramente come fallimenti dell'Amministrazione repubblicana. Verso la fine del dibattito poi c'è stato anche un momento "familiare" nel quale i due candidati hanno ringraziato le rispettive mogli/figlie e Kerry ha anche fatto accenno alle ultime parole della madre sul letto d'ospedale prima di morire, vale a dire "integrità, integrità e integrità", i valori nei quali ha affermato di credere fermamente.

E' molto difficile, a caldo, dire chi abbia vinto questo dibattito. Anche se Kerry era dato per favorito alla vigilia, poichè si trattava di argomenti in cui i democratici sono sempre stati più forti dei repubblicani, l'impressione che ho avuto personalmente è che sia stato il migliore dibattito in assoluto per Bush tra tutti quelli che ho visto, anche se Kerry se l'è cavata lo stesso egregiamente. I commenti delle tv americane appaiono partigianalmente divisi su chi abbia vinto: infatti i media schierati affianco ai repubblicani come Fox News assegnano la vittoria a Bush, mentre quelli più filo-democratici come CNN e MSNBC parlano di una netta vittoria di Kerry. A questo proposito i sondaggi effettuati online non sono da considerare attendibili poichè da entrambe le campagne è arrivato l'appello ai propri sostenitori di andare a votare a favore di uno o dell'altro candidato in massa e più volte di seguito, alterando perciò la significatività di tali strumenti d'opinione.

Più interessante è notare invece che secondo la CNN un piccolo sondaggio lampo condotto su un gruppo di elettori indecisi che ha visto in diretta il dibattito presidenziale ha trovato Kerry in lieve vantaggio di preferenze dopo la fine del faccia a faccia. E la sensazione di vittoria ai punti per lo sfidante democratico è confermata anche dai primi rilevamenti effettuati su un campione di elettori che ha ammesso di aver visto il dibattito sia dalla Gallup (52% a 39%), che dalla CBS (39% a 25%). Addirittura un sondaggio effettuato per conto della ABC, con un campione formato dal 38% di repubblicani e solo dal 30% di democratici, risulta avere Kerry comunque in vantaggio con il 42% contro il 41% a favore del presidente in carica.

In ogni caso, chiunque sia stato il vincitore particolare di questa sera, è indubbio che l'insieme dei 3 dibattiti presidenziali e dell'unico dibattito tra i vice-presidenti ha fornito nuova linfa vitale alla campagna elettorale di John Forbes Kerry che, dalla fine della convention repubblicana, era sembrata essere un po' troppo sotto tono e preoccupantemente indietro nei sondaggi di opinione. Adesso è possibile invece dire, senza paura di essere smentiti, che sarà davvero una gara all'ultimo voto, in special modo negli swing State, Ohio e Florida in primis. E' ovvio che però tutto potrebbe cambiare da un momento all'altro nel caso di arrivo di notizie improvvise di enorme valenza, come potrebbe essere l'eventuale arresto di Osama Bin Laden, oppure in caso di nuovi attacchi terroristici sul suolo americano

Posso azzardare una previsione dicendo che nel primo caso sarebbe indubbio un effetto positivo ed una quasi sicura rielezione di Bush alla Casa Bianca per altri 4 anni, ma non mi sbilancerei invece sul secondo caso, poichè il perno della campagna elettorale di Bush è stato proprio il motto "il mondo è più sicuro dopo Saddam", ed è ovvio che un nuovo attacco terrorista mostrerebbe a tutti che così non è. C'è però anche da dire che, normalmente, gli americani tendono a stringersi dietro il proprio presidente nei momenti difficili, come è successo subito dopo l'11 settembre e questo di contrasto potrebbe comunque favorire il presidente Bush. Vi consiglio perciò di restare sintonizzati poichè negli ultimi 18 giorni della campagna elettorale ne vedremo delle belle e non mancheremo di aggiornarvi costantemente su tutte le ultime novità.

Daniele John Angrisani


postato da fdf | 07:39 |



martedì, ottobre 12, 2004

SONDAGGI CONTRASTANTI PER KERRY E BUSH IN VISTA DELL'ULTIMO DIBATTITO
John Kerry ha un vantaggio di 3 punti percentuali sul Presidente George W. Bush tra i probabili elettori secondo un sondaggio Reuters/Zogby International.
Un sondaggio del Washington Post invece mostra Bush in vantaggio su Kerry di 5 punti percentuali ed infine secondo un sondaggio della Gallup i due candidati sono in parità statistica.

Kerry, il senatore del Massachussets candidato dei democratici alla Casa Bianca, è appoggiato dal 47% dei 1214 probabili elettori rispetto al 44% che appoggia il presidente Bush secondo il sondaggio Reuters/Zogby condotto tra l'8 ed il 10 ottobre. Il sondaggio ha un margine di errore del più o meno 2.9%.

Bush ha invece il supporto del 51% dei 1438 probabili elettori, comparato con il 46% a favore di Kerry, secondo il sondaggio del Washington Post condotto tra il 6 ed il 9 ottobre. I risultati sono al di fuori del margine di errore del più o meno 3%. Il sondaggio Gallup condotto per la CNN e per USA Today il 9 e 10 ottobre mostra Kerry con il 49% delle preferenze e Bush con il 48% tra 793 probabili elettori. I risultati sono all'interno del margine di errore del più o meno 4%.

Il sondaggio della Gallup mostra anche che Kerry mostra anche come Kerry sia stato indicato come vincitore del secondo dibattito presidenziale tenuto a St. Louis dal 45% degli intervistati rispetto al 30% per Bush, secondo un sondaggio effettuato su 484 elettori registrati che hanno affermato di aver visto il match in televisione. Bush, 58 anni, e Kerry, 60 anni, si incontreranno di nuovo il 13 ottobre in Arizona per l'ultimo dei tre dibattiti presidenziali.

Anche il sondaggio dell'ABC News condotto tra il 6 ed il 9 ottobre su un campione di 1589 probabili elettori ha mostrato Bush condurre su Kerry 50% contro 46%, con un margine di errore del più o meno 2.5%. C'è però da dire che il Washington Post e la rete televisiva ABC usano lo stesso campione di dati per le loro analisi, sebbene poi usino metodi diversi per l'identificazione dei probabili elettori.

Tutti questi tipi di sondaggi sono forniti su base giornaliera ed il loro risultato è cumulativo, vale a dire che è basato sulla media di tre o quattro sondaggi giornalieri. Essi sono aggiornati giornalmente nel senso che ogni qualvolta i dati di un nuovo giorno sono aggiunti, quelli del giorno più vecchio vengono sostituiti con questi ultimi.

Fonte:
http://quote.bloomberg.com/

Traduzione di Daniele John Angrisani




postato da fdf | 07:09 |



lunedì, ottobre 11, 2004

I LIBERTARI METTONO IN FORSE L'ULTIMO DIBATTITO
Il terzo ed ultimo dibattito tra il presidente Bush ed il senatore Kerry è stato messo in dubbio dopo che un giudice di stato dell'Arizona ha deciso di presiedere una audizione per verificare se il dibattito, previsto per mercoledì, debba essere bloccato poichè il candidato presidente del Libertarian Party non è stato invitato.

Il giudice F. Pendleton Gaines III ha ordinato a coloro che dovranno ospitare il dibattito, vale a dire la Arizona State University e la Commissione sui Dibattiti Presidenziali, di apparire davanti domani dinanzi alla corte di Phoenix per rispondere ad un esposto presentato la settimana scorsa dai libertari.

"Sono contentissimo per come si stanno mettendo le cose," ha detto ieri in una intervista un avvocato del Libertarian Party, David Euchner. "Non pensavo che avrebbe firmato l'ordine. Il semplice fatto che l'abbia fatto è un buon segno."

L'esposto presentato denuncia il fatto che l'università stia donando illegalmente risorse dello Stato dell'Arizona al partito repubblicano e a quello democratico servendo come sede di un dibattito che prevede la presenza di Bush e Kerry, ma allo stesso momento esclude la controparte del Libertarian Party, Michael Badnarik, che è presente sulle schede elettorali dell'Arizona e di altri 47 Stati.

"Non si può avere un dibattito usando la spesa pubblica per benefici privati," ha detto Euchner. "La Arizona State University sta spendendo i suoi soldi in violazione della Costituzione dello Stato dell'Arizona."

Una portavoce dell'Università, Nancy Neff, ha riferito di non essere a conoscenza dell'audizione di domani. "Se questo è l'ordine del giudice, allora ci saremo di sicuro," ha detto la signora Neff.

Anche se l'Università sta costruendo un ampio centro stampa e ha speso grosse somme per garantire la sicurezza dell'avvenimento, la Neff ha insistito che il dibattito non peserà sulle tasche dei contribuenti.

"Non stiamo spendendo soldi pubblici per il dibattito. Stiamo usando finanziamenti da parte di privati, donazioni, e fondi di fondazioni private," ha detto la portavoce dell'Università. "Il prezzo di tutto questo è circa 2.5 milioni di dollari, ed è esattamente quello che stiamo cercando di raccogliere," ha detto ancora la Neff.

I maggiori sponsor del terzo dibattito sono una azienda di costruzione di equipaggiamenti pesanti, la Caterpillar Inc.; una compagnia di utilità locale, la APS, ed un gruppo tribale indiano che possiede due casinò vicino a Scottsdale, la Comunità Indiana di Salt River Pima-Maricopa.

La Neff ha ammesso, comunque, che l'Università deve ancora trovare tutti i finanziamenti richiesti per la copertura finanziaria di questo evento, che è previsto si svolgerà in un auditorium del campus di Tempe, appena ad est di Phoenix. "Stiamo ancora cercando finanziamenti, anche se i lavori sono già iniziati," ha detto, aggiungendo che almeno 2.3 milioni di dollari sono già stati raccolti.

Euchner ha risposto che la dichiarazione della portavoce che l'Università non sta usando alcun soldo delle casse pubbliche, fa semplicemente ridere..
"Il fatto che sono con i cappelli in mano a chiedere l'elemosina a tutti ci aiuta," ha infatti detto. "E' chiarissimo che di fatto è l'Università di Stato dell'Arizona ad aver speso i soldi. In questo modo hanno di fatto prestato soldi pubblici ad interessi zero."

Euchner ha inoltre detto che la presenza di soldi pubblici per il dibattito è parte di quello che molti libertari vedono come esempio di uso improprio di fondi governativi per promuovere i due maggiori partiti degli Stati Uniti. "I contribuenti hanno già pagato abbastanza per le convention democratica e repubblica," si è lamentato. "Cercano ogni modo per far pagare ai contribuenti le loro spese elettorali."

Molti esperti legali affermano che i libertari dovranno affrontare una battaglia in salita nel tentativo di usare quelle che sono chiamati "donazioni chiuse" dalla Costituzione dello Stato dell'Arizona per bloccare il dibattito di mercoledì.

"Non mi sembra che ci sia una base molto credibile," ha infatti detto uno degli autori di un libro sulla Costituzione dell'Arizona, Toni McClory. "Non è una violazione delle "donazioni chiuse" se lo Stato sta avendo in cambio qualcosa di valore reale." Anche se diverse università statali hanno ospitato dibattiti presidenziali negli scorsi anni, la Arizona State University è l'unica a farlo quest'anno.

La signora McClory, che insegna in un college vicino Phoenix, ha affermato che la pubblicità che circonda il dibattito presidenziale potrebbe essere considerata come un sostanziale beneficio economico per l'Università. "E' una occasione per dare una enorme esposizione pubblica per l'Università," ha detto.

Un professore di legge alla University of Arizona, Robert Glennon, ha detto che la disputa alla fine diventerà sul fatto se lo Stato dell'Arizona abbia o meno discriminato i libertari. Ha aggiunto inoltre che se l'Università permetterà ai libertari di usare le facility del campus molto probabilmente la causa cadrà da se.

"Fino a che l'Università ha una politica non discriminatoria, il fatto che venga usata da un partito politico o da una comunità religiosa per i propri scopi, non ha alcun effetto," ha detto il prof. Glennon. Il professore ha inoltre notato che i requisiti per portare una causa per abuso di fondi statali sono spesso minori nelle corti statali che non in quelle federali, ed ha perciò aggiunto che gli pare strano che il giudice abbia garantito ai libertari l'audizione in tribunale.

Il giudice Gaines è stato nominato al suo posto nel 1999 dal Gov. Jane Hull, un repubblicano. Nel suo ordine di comparizione emesso venerdì mattina, il giudice ha anche richiesto che l'università e la commissione fossero notificate dell'audizione entro venerdì pomeriggio.

Nel frattempo, Badnarik ed il candidato dei verdi, David Cobb, sono stati fermati dalla polizia venerdì notte dopo aver passato una linea di sicurezza di fronte alla sede del dibattito presidenziale di St. Louis. Badnarik ha detto che stava semplicemente tentando di fare un esposto alla Commissione per i Dibattiti Presidenziali. I due candidati sono stati poi rilasciati dopo essere stato dato loro avvertimento del fatto che erano stati fermati per non aver rispettato un ordine della forza pubblica.

La Commissione per i Dibattiti Presidenziali, che è una azienda no-profit, ha insistito che applica criteri non partigiani per determina chi debba essere invitato o meno ai dibattiti. Le regole infatti richiedono che un candidato abbia almeno il 15% nei sondaggi nazionali per essere qualificato. Nessuno dei candidati dei partiti minori rispetta questa regola in quest'anno elettorale.

I critici della Commissione asseriscono che questa regola serve solo per aiutare i grandi partiti. Essi notano infatti che i democratici e i repubblicani al momento della creazione della Commissione hanno emesso un comunicato stampa congiunto per annunciare la creazione della Commissione "bipartisan" descrivendo il suo proposito come quello di favorire i dibattiti tra i "rispettivi candidati." Più di recente, la Commissione ha descritto se stessa come "nonpartisan," sebbene la sua aderenza piena a questo standard rimanga in dubbio.

Lo scorso mese, un portavoce della Commissione per i Dibattiti Presidenziali ha detto al Sun che la Commissione stessa non può aderire ad uno dei principali punti che contraddistinguono l'accordo tra le campagne elettorali di Kerry e Bush e che regola l'audience del dibattito di venerdì, vale a dire il fatto che il pubblico sia formato da metà di "soft" supporter di Bush e un'altra metà di "soft" supporter di Kerry. "Non possiamo usare soft supporter di Bush e soft supporter di Kerry poichè siamo un gruppo nonpartisan, non un gruppo bipartisan," ha detto il portavoce della Commissione, che ha chiesto di rimanere anonimo. "Abbiamo sempre detto che perciò useremo elettori indecisi."

In una intervista concessa alla CNN la settimana scorsa, l'editore capo della Gallup, Frank Newport, ha detto che oltre il 90% di coloro che sono stati invitati al dibattito di venerdì aveva una preferenza "soft" per Bush o Kerry. Newport non ha indicato se i supporter di Nader o Badnarik sono stati presi in considerazione per formare il pubblico.

Ad agosto, un giudice federale a Washington ha ferocemente criticato la Commissione Elettorale Federale per aver ignorato la non completa indipendenza della Commissione per i Dibattiti Presidenziali dai due maggiori partiti. Il giudice Henry Kennedy Jr. ha notato che nel 2000 la Commissione per i Dibattiti Presidenziali aveva dato alle guardie di sicurezza delle foto dei candidati dei partiti minori ed aveva istruito le guardie stesse ad impedire l'ingresso nelle sale dei dibattiti a coloro che erano dipinti sulle foto, anche se in possesso di biglietti validi per assistere al faccia a faccia. "La politica dell'esclusione appare perciò completamente partigiana a favore dei due grandi partiti," ha scritto il giudice Kennedy.

In un sondaggio nazionale condotto a settembre, il 57% dei probabili elettori dice che preferirebbe l'inclusione di altri contendenti oltre al presidente ed al senatore del Massachusetts nei dibattiti presidenziali. Lo stesso sondaggio, condotto dalla Zogby International, ha mostrato che il 57% dei probabili elettori preferirebbe l'inclusione anche di Nader, ed il 44% sarebbe a favore della presenza di Badnarik.

Josh Gerstein (New York Sun)

Fonte: http://www.nysun.com/article/2962

Traduzione di Daniele John Angrisani



postato da fdf | 19:09 |



sabato, ottobre 09, 2004

A ST. LOUIS BOTTA E RISPOSTA SENZA SCONTI TRA BUSH E KERRY
La divisione tra i due campi è più profonda che mai. Questo secondo dibattito tra i candidati presidente lo ha dimostrato ancora più degli altri che lo hanno preceduto e anche stavolta nessuno ha fatto sconti all'avversario. Sono stati anzi 90 minuti di botta e risposta, dinanzi ad un pubblico che, diversamente dalle altre volte, ha potuto partecipare attivamente al dibattito ponendo domande a volte abbastanza scottanti ai due contendendenti. E bisogna dire che entrambi hanno svolto bene il proprio compito.

Kerry è andato pesantemente all'attacco sull'Iraq, accusando di nuovo il presidente di aver mentito alla nazione e di aver creato una diversione nella guerra al terrorismo con la campagna in Iraq, e Bush ha saputo rispondere in modo più convincente rispetto al primo dibattito, contrattaccando abbastanza efficacemente, come quando ha accusato più volte il candidato democratico di aver cambiato opinione sulla guerra rispetto a mesi fa. Anche sui temi domestici, che sono stati discussi nella parte finale del dibattito, sia Kerry che Bush hanno mantenuto ferme le proprie convinzioni sull'assistenza sanitaria, sui tagli alle tasse, sui posti di lavoro persi, sull'aborto e la ricerca sulle cellule staminali. C'è da dire che però su questi argomenti Kerry è sembrato più convincente del presidente in carica, soprattutto quando, sfruttando un vero e proprio assist fornitogli da colui che dal pubblico gli aveva posto la domanda, ha guardato fisso nella telecamera ed ha solonnemente promesso che se dovesse essere eletto presidente non alzerà le tasse per i redditi minori di 200.000 dollari l'anno.

Senza dubbio uno dei momenti in cui il presidente Bush è sembrato più debole è stato quando dal pubblico gli è stato chiesto di ammettere almeno tre errori e Bush non è riuscito a nominarne neppure uno, difendendo caparbiamente la sua politica in tutto e per tutto. Kerry è stato bravo a questo punto a contrattaccare efficamentente affermando che la decisione di Bush di andare in guerra è stata un "errore catastrofico" e poi a ripetere una delle frasi più riuscite del primo dibattito: "io ho fatto un errore, e lo ammetto, quando ho votato contro la decisione di finanziare le truppe con 87milioni di dollari, ma lui ha fatto un errore ben più grande del mio portandoci in guerra in Iraq. Chi ha sbagliato di più?" Ma allo stesso tempo Bush è sembrato più a suo agio del primo dibattito, soprattutto perchè è riuscito a dialogare meglio con il pubblico rispetto a Kerry, che in alcuni tratti è sembrato forse un po' troppo rigido e impacciato.
Un punto a favore del presidente vi è stato inoltre quando è riuscito a mettere in difficoltà Kerry, che aveva parlato di coalizione "solo americana" in Iraq, nominando stavolta per ben due volte l'apporto fondamentale fornito sia dalla Gran Bretagna di Tony Blair che dall'Italia di Silvio Berlusconi, segno che probabilmente i suoi consiglieri gli hanno fatto notare la piccola gaffe del primo dibattito quando si dimenticò completamente dell'Italia nella lista delle nazioni alleate in Iraq.

Al momento che sto scrivendo questo articolo i sondaggi di opinione non riescono ancora a fornire una risposta certa alla domanda che tutti si fanno su chi sia stato il vero vincitore della serata. Se la quasi totalità di quelli su "internets", come la Rete è stata definita da Bush in una delle sue più gustose gaffe di questa sera, forniscono una netta vittoria per Kerry, anche grazie alla forte mobilitazione dei democratici, pure il primo sondaggio ABC effettuato a caldo sugli elettori che hanno visto il dibattito - vale a dire quindi una parte della popolazione comunque più polarizzata della media - dà la vittoria a Kerry, ma con un margine decisamente minore, vale a dire 44% a 41%, con il 13% di elettori che optano per la parità. Risultato confermato anche da un sondaggio telefonico instantaneo effettuato dalla Gallup che fornisce due soli punti di margine a favore di Kerry, 47% a 45%. Bisogna in ogni caso prendere con le molle questi risultati, poichè già una volta, subito dopo il dibattito tra i vicepresidenti i sondaggi davano una vittoria di stretto margine per un candidato, Edwards, per poi essere smentiti dopo qualche giorno, quando, a mente fredda, la maggioranza degli americani ha indicato invece Cheney come vincitore, seppur con margine molto lieve. E' fondamentale inoltre capire quale sia stato l'impatto di questo secondo dibattito presidenziale sull'orientamento della piccolissima, ma importantissima, minoranza di indecisi che il 2 novembre saranno decisivi ed è di sicuro troppo presto per fare qualsiasi considerazione su questo aspetto.

Rimane il fatto che anche i sondaggi precedenti il dibattito di questa sera fornivano tutti una netta indicazione di un testa a testa. E' interessante notare a questo proposito che poco prima del faccia a faccia uno dei principali anchormen della CNN, Bernard Shaw, si è detto sicuro che anche questa volta sarà un testa a testa fino all'ultimo minuto e che perciò il giorno delle elezioni bisognerà seguire tutta la notte fino all'ultimo voto per sapere con certezza chi sarà il 44 esimo presidente degli Stati Uniti.
Ed in attesa dell'ultimo e decisivo dibattito che sarà centrato solo sui temi domestici, il 13 ottobre a Tempe in Arizona, non posso fare altro che concordare con la previsione espressa da Shaw.

Daniele John Angrisani




postato da fdf | 08:46 |



venerdì, ottobre 08, 2004

MICHIGAN: PRIMI TENTATIVI DI BROGLI?
Aloni di mistero circondano queste ultime settimane di campagna elettorale.
In mezzo a sussurri più o meno veritieri che si susseguono riguardo alla possibilità di una sorpresa ottobrina – ad esempio, gira da qualche mese la voce che Bin Laden sia risorto dalle tenebre per essere arrestato dalle truppe speciali americane – è accaduto uno strano episodio che non lascia promettere nulla di buono per lo svolgimento regolare delle elezioni.
69 elettori residenti nella ridente cittadina di Alma, Michigan, hanno ricevuto negli scorsi giorni, come da loro richiesta, una busta contenente un absentee ballot, vale a dire la scheda elettorale che viene spedita via posta a chi, per qualsiasi motivo, non può recarsi alle urne il giorno delle elezioni ma vuole esercitare lo stesso il suo diritto di voto. A questo proposito c’è da ricordare che l’Election Day negli Stati Uniti cade di martedì 2 novembre, giornata lavorativa tra le altre cose. In ogni caso,
appena aperta la busta, i 69 elettori di cui sopra si sono trovati di fronte ad un’amara sorpresa. La scheda elettorale che era stata loro spedita conteneva infatti un errore piuttosto grossolano, come è possibile verificare immediatamente dall'immagine che vi mostriamo, in cui e' possibile notare, nella zona Presidenziale evidenziata dalla cornice rossa, la posizione errata delle frecce accanto ai nomi dei candidati.

Clicca qui per vedere l'immagine

Immediatamente la notizia ha fatto il giro dei blog americani che hanno paventato la minaccia di una ripetizione di ciò che è accaduto in Florida nel 2000, quando migliaia di persone sbagliarono a votare a causa delle schede mal preparate ed il loro voto venne invalidato, cosa che è costata la presidenza a Gore. Per questo motivo il Dipartimento di Stato del Michigan è stato inondato via email dalle proteste di molti di questi elettori che hanno ricevuto la scheda errata. La spiegazione fornita è stata la seguente:

“L’errore di stampa delle schede è confinato ad un singolo distretto del Michigan. Sono stati inviati un numero molto limitato di absentee ballot contenenti l’errore, prima che lo stesso fosse stato notato e risolto, come spiegato qui sotto.

Lunedì 27 settembre, un addetto della città di Alma ha ricevuto le schede stampate e le ha inviate a chi aveva fatto richiesta per gli absentee ballot.

Martedì, una elettrice ha chiamato l’addetto per avvertirlo che aveva notato un errore di stampa sulla scheda. L’errore consiste nel fatto che le frecce corrispondenti ai candidate presidenziali sono state spostate in basso di una posizione. Come risultato, non c’è alcuna freccia corrispondente alla riga Bush/Cheney – mentre c’è una freccia extra in basso alla lista, che punta verso l’intestazione dell’area per le elezioni dei deputati al Congresso.

L’errore è confinato ad un solo distretto (Distretto n. 1) della città di Alma. L’addetto ha successivamente informato il Dipartimento di Stato che le schede errate sono state spedite ad un totale di 69 elettori

Immediatamente dopo essere venuto a conoscenza dell’errore, l’addetto ha contattato la tipografia e l’Ufficio Elettorale. E stato perciò fatto tutto il possibile per poter spedire schede corrette ai 69 elettori di cui sopra, non appena esse saranno disponibili. La tipografia ha perciò avvertito l’addetto che esse saranno pronte alle spedizione per lunedì 4 ottobre.

Grazie per averci scritto. Non esitate a contattare di nuovo questo ufficio se avete bisogno di qualsiasi altra spiegazione.

I migliori saluti,

Il Dipartimento di Stato del Michigan”

Sembra quindi che la questione delle schede errate di Alma sia stata risolta a tempo di record, ma permangono alcuni dubbi. In primo luogo, è solo un caso che questo errore di stampa piuttosto particolare si è verificato proprio in uno degli Stati più combattuti di queste elezioni, il Michigan, che molti sondaggi danno in perfetta parità? E soprattutto, quale sarebbe la conseguenza se errori di stampa del genere si trovassero non su absentee ballot che possono essere cambiati in qualsiasi momento prima del giorno delle elezioni, bensì sulle schede che vengono inviate all’estero oppure su quelle che saranno fornite il 2 novembre agli elettori che si recheranno alle urne? Ai posteri l’ardua sentenza.

Daniele John Angrisani





postato da fdf | 09:22 |


AMERICAN PROSPECT
Parecchia gente è stata umiliata subito dopo le elezioni presidenziali del 2000. Scrutatori, designers delle schede, comitati elettorali e parlamenti statali, tutti erano stati pesantemente criticati. Ma un'ignominia particolare era stata riservata per i 5 networks prinicpali e i loro news desks. In quell'occasione i network avevano trasmesso una serie di servizi sbagliati, compresa l'affermazione prematura e ancora fonte di dibattito - trasmessa per prima da FOX News alle 2.15 am - che Bush aveva vinto lo Stato della Florida.
"Politicamente, è stata la serata più imbarazzante nella storia dei network televisivi", dice Tom Rosentiel, direttore del Project for Excellence in Journalism. "Hanno semplicemente imbarazzato se stessi e fallito nell'obbligo fondamentale che hanno assunto nel corso degli anni di agire nell'interesse del pubblico".

Il peccato maggiore dell'Election Night del 2000, secondo Rosentiel e altri, è che i network televisivi hanno rotto una delle regole cardine del buon giornalismo: mai fare affidamento su una sola fonte quando una seconda è disponibile. Quella notte due organizzazioni, la Associated Press (AP) e il Voter News Service (VNS), lavoravano alle proiezioni dei risultati elettorali. AP stava producendo in generale cifre accurate, ma i decision desks dei network - la gente responsabile di quando dichiarare i vincitori delle diverse competizioni elettorali - stavano controllando solo i dati del VNS. Dopotutto, il VNS era una loro creatura: era il consorzio nel quale tutti i network avevano messo i loro soldi dopo aver abbandonato le loro operazioni separate di conteggio elettorale perchè troppo costose. Sfortunatamente, i dati del VNS erano grossolanamente errati.
Sono stati i numeri del VNS che hanno indotto la FOX - la cui divisione di data-analysis era quella sera diretta incredibilmente (incredibilmente, almeno, per qualsiasi altro posto che non sia FOX), da un cugino di George W. Bush chiamato John Ellis - a dichararare la Florida, e di conseguenza la presidenza, a favore di Bush. Gli altri networks si sono rapidamente allineati. La dichiarazione verrà nelle ore successive ritrattata, ma non prima che il suo impatto non fosse stato registrato: per i successivi tortuosi 35 giorni, Bush sarebbe stato il presunto vincitore e Al Gore il presunto cattivo perdente.

Nelle settimane dopo le elezioni i networks si sono impegnati in una pubblica campagna di scuse.
Chiunque ricordi Dan Rather dichiarare, "Se voi siete disgustati dal nostro comportamento francamente non posso darvi torto", o che abbia visto i capi dei networks presentarsi di fronte al Congresso per tentare di spiegare ciò che era successo potrebbe ragionevolmente aver dato per scontato che una simile debacle non potrebbe ripetersi. Nelle settimane seguenti, i capi delle televisioni ammisero che controlli incrociati tra i dati del VNS con quelli della AP avrebbero probabilmente prevenuto la dichiarazione per Bush della Florida e promisero che si sarebbero assicurati che una fonte singola di cattive informazioni non avrebbe più potuto creare un fallimento così generalizzato dei media come quello della Election Night del 2000.

E così eccoci qui, solo poche settimane dal 2 Novembre 2004 e la situazione è la seguente: la sera delle elezioni, ancora una volta, i networks faranno affidamento su una sola fonte per i dati elettorali.

Invece di accertarsi che i loro decision desks abbiano due fonti indipendenti di informazione per i risultati di quest'anno, le televisioni, nel tentativo di controllare i costi, hanno completamente eliminato una delle duerganizzazioni responsabili per il conto dei voti nel 2000. Il risultato è che invece di correggere il sistema, i networks si sono assicurati che produca risultati frutto di una fonte sola, rendendo così sicuro che si troveranno di fronte alla stessa situazione che ha causato il più grande errore nella storia delle elezioni presidenziali - la "serata più imbarazzante nella storia della televisione, politicamente" - quattro anni fa.

La notte delle elezioni del 2000, il VNS ha condotto un'operazione di conteggio incentrata eclusivamente sulleompetizioni principali: presidenziali, governatorati, Camera e Senato. Il conteggio della AP da parte sua, comprendeva tutte le competizioni coperte dal VNS ma in più quelle per le elezioni dei parlamenti statali così come alcune elezioni locali.

Nelle ore immediatamente precedenti la dichiarazione unanime da parte dei networks che Bush aveva vinto la Florida e, di conseguenza, le elezioni generali, i conteggi dell'AP e del VNS avevano cominciato a differenziarsi in maniera drammatica. Fino alle 1.02 am i dati dell'AP avevano indicato un vantaggio a favore di Bush di 113.000 voti. Ma da quel momento in avanti il margine aveva cominciato a assotigliarsi rapidamente. Alle 1.12 am il vantaggio di Bush era sceso a 82.000 voti. Dieci minuti più tardi era a 63.000. Alle 2.02 era sceso ulteriormente a 56.000.

I dati del VNS, nel frattempo, raccontavano una storia molto diversa. Alle 2 am, i dati VNS indicavano che, con il 96% dei seggi scrutinati, Bush era in vantaggio di circa 29.000 voti. Cinque minuti più tardi il vantaggio di Bush saliva a 51.000. La differenza di 22.000 voti, si sarebbe stato trovato più tardi, era causata da un errore nell'immissione dei dati nella Contea di Volusia che in pratica aveva sottratto voti ad Gore aggiungendoli a Bush.

Alle 2.12 am, il conteggio della AP riduceva il margine di Bush a 48.000 voti e con ancora più di 200.000 voti da contare, molti dei quali nella parte meridionale dello Stato, tradizionalmente democratica, secondo AP una vittoria di Gore era ancora possibile. Ma il VNS mantiene le sue posizioni riportando in contemporanea un margine di 51.433 voti a favore di Bush e stimando che meno di 180.000

rimanevano da contare. In pratica, nel momento in cui il margine di Bush stava diminuendo secondo AP, i networks si stavano preparando a dichiarare la vittoria nello Stato a favore dello stesso Bush. Alle 2.15 am, FOX News trasmette l'annuncio che il Governatore del Texas George W. Bush ha sconfitto il Vice Presidente Al Gore con un lieve margine, vincendo i voti eletorrali portati dallo Stao e con essi, la Presidenza.

Un minuto dopo, la AP scopriva l'errore nella Contea di Volusia, con il risultato che il margine a favore di Bush scende ulteriormente a 30.513 voti. Questa differenza era a questo punto all' interno del margine d'errore dei modelli statistici usati dai networks, rendendo qualsiasi proiezione estremamente pericolosa. Ma in una corsa testa a testa per seguire FOX, gli altri networks non si preoccupano di controllare i dati AP e si allineano. Con i dati VNS ancora sbagliati, la NBC
dichiara la vittoria di Bush alle 2.16, la CBS e la CNN (che avevano messo in comune i loro decision desks) danno la notizia alle 2.18 e la ABC alle 2.20.

Alle 2.22 la AP rivedeva nuovamente i suoi numeri e il margine di Bush scende a 15.359 voti. Il VNS continua a mostrare Bush con un margine molto più ampio, mancando di correggere l'errore generato dalla Contea di Volusia fino alle 2.51 am.
 
La preoccupazione che la pressione di non essere lasciati indietro dalla competizione sia stata responsabile per la decisione degli altri networks di dichiarare i risultati subito dopo FOX è stata negata dagli stessi networks, la maggior parte dei quali mantengono ancora oggi che quando FOX diede la notizia, erano a pochi minuti dal trasmetterla loro stessi. "Tenevamo sotto controllo quello che gli altri (networks ndr) stavano facendo", dice Dan Merkle, che lavorava al decision
desk della ABC nel 2000 e sarà il suo direttore questo Novembre. "Ma a guardare i numeri si vede che era una corsa testa a testa. Se la notizia non l'avesse data FOX, l'avrebbe data qualcun'altro, forse qualche minuto dopo".
 
Sicuramente, per molti rappresentanti delle televisioni, la questione della pressione causata dalla competizione la notte delle elezioni del 2000 è stata sovrastimata. Linda Mason, vice presidente del dipartimento Public Affairs della CBS, crede che il fatto che nessuno del decision desk della CBS/CNN abbia controllato i numeri della AP è molto più preoccupante. "Non sono sicura del perchè non li abbiano usati", Mason mi ha dichiarato. "Stavano utilizzando i dati prodotti da metodi e fonti che avevano usato in passato e non pensavano di aver bisogno di altri numeri".

I capi dei networks hanno espresso le loro scuse nel corso delle audizioni parlamentari che hanno seguito le elezioni. Nel Febbraio del 2001, il Presidente di CBS News Andrew Heyward, di fronte ai parlamentari del House Energy and Commerce Committee, dichiara: "CBS News e gli altri networks hanno commesso degli errori molto, molto seri quella notte e sono errori di cui io per primo mi dispiaccio". Roger Ailes, Presidente e CEO di FOX News, ha riversato la colpa sui dati sbagliati del VNS. "Alla FOX facevamo conto su quei numeri", si legge nella sua testimonianza, "abbiamo fornito alla nostra audience cattiva informazione. La nostra lunga e critica inchiesta interna mostra che abbiamo deluso i nostri
spettatori. Ci scusiamo per aver dato quelle proiezioni sbagliate quella notte". Concludendo, "Non succederà di nuovo".

Tutti i networks avevano promesso di istituire regole per la copertura delle elezioni che avrebbero ridotto la possibilità di commettere gli stessi errori in futuro. Avevano fatto voto di apportare cambiamenti che isolassero i loro decision desks dalla pressione di dichiarare i risultati prima di quanto non volessero solo perchè un altro network aveva già dato la notizia. E uno per uno, i capi delle televisioni avevano anche assicurato il Congresso, sia esplicitamente che implicitamente, che in futuro avrebbero usato più di una fonte per raccogliere gli exit polls. "Dobbiamo anche accertarci di utilizzare fonti alternative per verificare l'accuratezza delle informazioni che otteniamo", aveva detto il Presidente della NBC Andrew Lack.

Può anche essere che all'epoca dicessero sul serio, ma dopo un nuovo spettacolare fallimento del VNS nelle elezioni del 2002, quando un computer aveva crashato rendendo tutti i dati inutilizzabili, l'equazione era cambiata. I network abbandonarono in massa il VNS creando una nuova entità: il National Election Pool (NEP). Formato dalle cinque televisioni principali e dalla Associated Press, il NEP fornisce ai suoi membri, e ad altre organizzazioni dell'informazione che si abbonino, i dati degli exit-poll e dei conteggi reali per mezzo di una connessione internet protetta. Il NEP è, a tutti gli effetti, una sorta di guscio del vecchio VNS nel quale nuove operazioni di exit-polling e conteggio dei voti sono state inserite. Invece che ricostruire l'operazione di exit-polling del VNS, il NEP ha assunto Warren Mitofsky un veterano specialista di exit-polls, fondatore di Mitofsky International e Joe Lensky, di Edison Media Services, a cui ha affidato il compito di raccogliere i dati per il gruppo. Il NEP ha anche deciso di fare a meno della vecchia struttura per il conteggio elettorale del VNS in favore di un sub-appalto alla AP per fornire le proiezioni, gettando così dalla finestra la possibiltà di creare un sistema a due fonti. La decisione, avevano dichiarato all'epoca diversi rappresentanti dei networks, era principalmente di natura finanziaria.

"Penso che abbiamo fatto una scelta tra il provare a finanziare due sistemi differenti completamente indipendenti l'uno dall'altro e l'investire pesantemente in un sistema singolo che incorporasse ridondanze, controlli di qualità e system checks", dice l'editore politico della CNN Tom Hannon.
"Siamo arrivati alla conclusione che abbiamo ottenuto il prodotto più affidabile, che invece di investire in due modelli più piccoli, li combina in un solo sistema".

Le spiegazioni non hano convinto molti giornalisti di grande esperienza, che disdegnano la decisione dei networks di affidarsi ad una fonte sola. "Si deve riconoscere che i network non hanno l'intenzione di spendere i soldi necessari per seguire una delle regole fondamentali del giornalismo: due fonti. Questa è una decisione economica che nulla ha a che fare con il giornalismo", dice Joan Konner, Professoressa della Scuola di Giornalismo della Columbia University e una delle autrici di una delle review post-elettorali commisionate dalla CNN. "I network sostengono che sia troppo costoso, ma quando si osserva più da vicino la dimensione delle corporations, ci si rende conto che si tratta di spiccioli", aggiunge Philip Meyer, Professore di Giornalismo alla University of North Carolina e giornalista vincitore del Pulitzer. "Quando i network seguivano la notte delle elezioni con organizzazioni differenti che seguivano metodi diversi, avevamo sempre qualche ragione ad essere sospettosi se venivano dati risultati differenti. C'era sempre un controllo incrociato dei diversi dati - ci si controllava a vicenda. Avere una sola fonte per l'informazione non è bene in una democrazia".

Inizialmente, dice Linda Mason della CBS, attualmente membro del Board of Directors del NEP, la AP era "riluttante" a essere la sola fonte dei conteggi elettorali. L'agenzia aveva considerato la possibilità di creare un sistema completamente separato per raccogliere i risultati, in modo da fornire un controllo sulla possibilità di errori di input, ma si è resa conto che sarebbe stato troppo oneroso finanziariamente. "E' estremamente costoso", aveva dichiarato Tom Jory, responsabile delle tabulazioni elettorali per la AP. "Ci sono 4.600 contee, che vuol dire 4.600 persone sul posto la notte delle elezioni. Quel che è peggio, non solo è molto costoso ma con quella cifra non è che uno sia in grado di comprare chissa che cosa".

Al contrario la AP ha aumentato il suo investimento nell'infrastruttura esistente di conteggio dei voti, creando un sistema ridondante basato in New Jersey e Missouri. Ha a disposizione dei processi sofisticati di analisi statistica, disegnati per rilevare e segnalare possibili errori. In più, responsabili che hanno familiarità con la storia e la politica di ciascuno Stato avranno il compito di monitorare i risultati delle proiezioni e di stare in guardia per anomalie che non sono rilevate dal sistema. Jory ha dichiarato che la AP è ben cosciente che opererà "senza rete di sicurezza" la notte delle elezioni. "Ovviamente, tutte le volte che ci si trova in una simile situazione si diventa apprensivi, ma abbiamo fiducia nel fatto che ce la faremo", insiste.

Naturalmente è vero che è stata la AP ad azzeccare il risultato in Florida l'ultima volta. Ma ci sono delle ragioni per le quali questo fatto non dovrebbe automaticamente tradursi in una fiducia totale nel sistema preparato dall'agenzia per questo Novembre. I due sistemi ridondanti della AP continueranno comunque a lavorare sullo stesso set di dati, il che significa che se dati errati dovessero in qualche modo farsi strada nelle proiezioni, la ridondanza non sarebbe di grande aiuto - e potrebbe addirittura rivelarsi controproducente, in apparenza confermando informazioni sbagliate.

Si consideri ad esempio la possibilità non così remota che le elezioni presidenziali del 2004 siano decise dal risultato di un singolo Stato, con un elettorato diviso equamente tra Democratici e Repubblicani. Diciamo, per amore di conversazione, che lo Stato sia la Florida.

La stima più favorevole a Bush in un secondo conteggio dei voti nelle elezioni del 2000 era stata di un suo margine nei confronti di Gore in Florida di 537 voti. Numerosi altri conteggi avevano trovato margini minori, se non addirittura un margine a favore di Gore. In ogni caso, la differenza tra i due candidati in Florida, espressa come percentuale dei 5.96 milioni di voti espressi, era così piccola da risultare insignificante da un punto di vista statistico.

I controlli messi in campo dalla AP sono basati sulla statistica. Un totale dei voti da un particolare distretto che sia significativamente differente, in senso statistico, dai totali di elezioni precedenti o dai risultati previsti dai sondaggi verrà segnalato dal sistema. Per esempio, l'errore della Contea di Volusia che causò la confusione nelle precedenti elezioni verrebbe segnalato immediatamente da un sistema di questo tipo. Ma errori di minore entità non lo sarebbero. E nel 2004, così come nel 2000, errori di piccola entità potrebbero essere più che sufficienti a creare l'impressione temporanea che il candidato sbagliato abbia vinto.

L'impressione temporanea di vittoria nel 2000 si dimostrò inestimabile per George W. Bush, costituendo il beneficio più grande che un candidato abbia mai ricevuto da pochi istanti di televisione nella storia della politica americana. La breve investitura di Bush creò quello che i consulenti politici definiscono una "cornice" - in pratica un numero di punti fermi da cui il successivo dibattito sarebbe partito. Un rapporto indipendente commissionato dalla CNN nelle settimane successive alle elezioni lo descriveva in questa maniera: "La dichiarazione unanime della vittoria a Bush da parte dei network ha creato l'impressione prematura che Bush fosse il vincitore in Florida. Questa caratterizzazione è continuata nel corso del dibattito post-elettorale. Gore è stato percepito come lo sfidante e segnato come il "cattivo perdente" impegnato nel tentativo di rubare l'elezione". 

Le campagne politiche investono milioni di dollari nella pubblicità e un ammontare altrettanto impressionante in consulenti politici, nel tentativo di presentare gli argomenti a loro vantaggio. Ma nel caso delle elezioni presidenziali del 2000, la campagna di Bush ha ricevuto la "cornice" dei suoi sogni e l'ha ricevuta gratis. Fino ad arrivare a Dan Rather che dice ai suoi spettatori: "Appendetelo alla parete. George W. Bush è il prossimo Presidente degli Stati Uniti", la campagna di Bush non avrebbe potuto chiedere di più.

Ci sono ragioni per essere ottimisti sul fatto che i network saranno più cauti questo Novembre di quanto non siano stati quattro anni fa e che un lancio prematuro da parte di FOX non creerà l'effetto domino visto nel 2000. Mentre nessuno dei rappresentanti ufficiali delle televisioni intervistati per questo pezzo si è spinto a indicare esplicitamente FOX come l'anello debole della catena, sembra chiaro che tutti considerino le sue decisioni come sospette. Molti hanno fatto notare che durante le primarie Democratiche del 2004, FOX sembrava essere quella più pronta a mordere il freno per annunciare i vincitori il prima possibile, lasciando spesso gli altri network a scuotere la testa circa la loro volontà di rischiare un'altra previsione sbagliata così presto dopo il 2000. (Rappresentanti della FOX si sono rifiutati ripetutamente di fornire commenti a questo articolo).

Secondo, durante le primarie Democratiche, ci sono spesso stati intervalli significativi tra le proiezioni dei vari network sui vincitori in alcuni Stati. Uno dei più significativi è stato in occasione del Super Martedì, quando FOX ha fatto una previsione anticipata che John Kerry avrebbe vinto in Georgia. "I numeri sembravano indicare che Kerry sarebbe stato il vincitore, ma c'era una possibilità ragionevole che Edwards potesse vincere", ricorda il direttore politico della CNN Tom Hannon. "Così, viste le circostanze, non avremmo preso la responsabilità di dichiarare un vincitore quando c'era la possibilità che fosse sbagliato". Quindi, i network giurano di aver imparato la lezione. " Penso sia giusto dire che le primarie hanno mostrato e le elezioni generali mostreranno a loro volta che tutti - o almeno quasi tutti - saranno estremamente cauti negli Stati dove il voto è in equilibrio", dice il Vice Presidente della NBC Bill Wheatley.

Queste sembrerebbero essere buone notizie per coloro che hanno criticato la performance dei network nel dopo-elezioni del 2000. Ma le primarie non sono le elezioni presidenziali, ed è giusto chiedersi se, quando la pressione sarà veramente sui decision desks, i network saranno realmente in grado di resistere alla tentazione di dare una notizia quando i loro concorrenti lo hanno già fatto - utilizzando cattive informazioni, analisi affrettate o le loro proprie preferenze ideologiche.

Questo deve essere evitato, non solo perchè i network hanno giocato un ruolo nel facilitare l'accesso alla Casa Bianca dell'attuale inquilino quattro anni fa, ma anche perchè ciò che rimande della fiducia del pubblico nei media potrebbe essere distrutto irrimediabilmente dal ripetersi di una situazione analoga.
I network devono riconoscere che il "disgusto" di cui Dan Rather si era preoccupato nel 2000 sarebbe trasformato in qualcosa di una rilevanza completamente differente se dovessero interferire ancora una volta nel processo elettorale questo Novembre.

Rob Garver - American Prospect

Traduzione di G.Luigi Corbani














postato da fdf | 09:22 |



giovedì, ottobre 07, 2004

A VOLTE FORNIRE SITI ERRATI PUO' AIUTARE L'AVVERSARIO...
Il vicepresidente Cheney ha gettato una dot-bomb (bomba telematica, ndr) martedì notte, quando durante il dibattito ha inavvertitamente milioni di ascoltatori a un sito internet tra i più critici nei confronti dell'Amministrazione Bush.

Dopo che il candidato vicepresidente dei democratici, John Edwards, ha posto delle questioni riguardanti il ruolo della Halliburton Corp., la compagnia della quale il vicepresidente Cheney una volta era amministratore delegato, Cheney ha risposto alquanto arrabbiato, parlando di accuse "false". Ed ha poi aggiunto: "Se andate, per esempio, sul sito FactCheck.com , un sito web indipendente sponsorizzato dalla University of Pennsylvania, potrete trovare tutti i dettagli specifici riguardo alla Halliburton".

Ma non appena gli ascoltatori hanno iniziato a seguire le indicazioni di Cheney, si sono trovate su un sito sponsarizzato da uno dei più grandi nemici dell'Amministrazione Bush, George Soros. "Perchè non bisogna rieleggere il presidente Bush," è il leit-motive di questo sito. "Il Presidente Bush sta mettendo in pericolo la nostra sicurezza, urtando i nostri interessi vitali, e mettendo in pericolo i valori basilari degli Stati Uniti d'America."

Evidentemente, Cheney si riferiva al sito FactCheck.org gestito dall'Annenberg Public Policy Center.
Invece, a causa dell'errata menzione del dominio del sito, ha diretto l'attenzione della nazione ad un sito web per venditori di dizionari ed enciclopedie -- almeno prima dell'altro ieri sera. Infatti la compagnia che gestisce il sito, la Name Administration Inc. basata alle Cayman Islands, che gestisce anche siti come Lipbalm.com ed Antarctica.com, è stata immediatamente subissata di richieste.

"Subito si sono avute almeno 48.000 richieste in un'ora, con punte di 100 richieste per secondo," ha detto John Berryhill, un avvocato che lavora per conto di questa compagnia. "A causa di questo si sono avuti grossi problemi tecnici nella gestione dei siti della compagnia".

Per evitare il crashing, e come specifica forma di vendetta contro Cheney per aver causato questo problema, la Name Administration ha deciso di rediriggere il traffico ricevuto ad un altro sito, GeorgeSoros.com -- un sito che ha la capacità di gestire questa mole di traffico, non chiede alcuna forma di finanziamento e chiaramente non è legato all'Amministrazione Bush in alcun modo. "E dovete ammettere che è stata una mossa graziosa," ha aggiunto Berryhill.

Il sito web di Soros ha emesso subito una dichiarazione dicendo di non avere nulla a che fare con la decisione di redirigere il traffico. "Siamo sorpresi di questa decisione come chiunque altro," ha detto Michael Vachon, il capo dello staff di Soros.

Gradualmente, le persone si sono rese conto dell'errore di Cheney, e la trascrizione ufficiale del dibattito sul sito della Casa Bianca fornisce ora l'indirizzo corretto. Ma, sfortunatamente per Cheney, FactCheck.org non gli è certamente di aiuto maggiore rispetto a GeorgeSoros.com  per mettere al tappeto le accuse di Edwards.

Cheney "ha erroneamente riferito che il nostro sito porti delle prove contro le accuse fatte da Edwards durante il dibattito, riguardo a come Cheney ha operato quando era l'amministratore delegato della Halliburton," ha scritto il sito della Annenberg in un post di ieri. "Il fatto è che abbiamo davvero postato un articolo dove si dimostrava che Cheney non ha avuto profitti personali dai contratti della Halliburton in Iraq durante il periodo della sua vicepresidenza, come falsamente implicato da uno spot televisivo della campagna elettorale di Kerry. Ma Edwards l'altra sera parlava della responsabilità di Cheney per problemi riguardanti la Halliburton nel periodo precedente alla sua vicepresidenza. E di fatto, Edwards ha avuto quasi sempre ragione in quel che ha detto a questo proposito."

Dana Milbank (Washington Post)

Tradotto da Daniele John Angrisani

Fonte:
http://www.washingtonpost.com/ac2/wp-dyn/A12901-2004Oct6?language=printer




postato da fdf | 17:03 |



mercoledì, ottobre 06, 2004

SOSTANZIALE PAREGGIO TRA EDWARDS E CHENEY
Anche stavolta è stato un gran bel dibattito, non c’è che dire. Il primo e unico confronto tra i candidati vicepresidente, tenuto a Cleveland, Ohio, è finito ormai da qualche ora e gli argomenti dibattuti hanno riguardato sia la politica interna, che, soprattutto, quella estera. Le regole con le quali si è condotto questo faccia a faccia sono state le stesse del dibattito presidenziale di giovedì scorso, con la differenza che in questo caso i candidati non erano in piedi, ma seduti dietro un tavolo di fronte alla moderatrice di turno. Scambi di accuse e di battute reciproche senza sosta hanno contraddistinto questo faccia a faccia.

Il giovane John Edwards è riuscito più volte a mettere sotto torchio la grande volpe del partito repubblicano Dick Cheney, che però ha saputo rispondere a tono ogni volta, contrattaccando molto efficacemente sui punti deboli del ticket democratico per la Casa Bianca. In generale Edwards è parso quindi molto aggressivo, ma anche un po’ inesperto a causa della sua breve esperienza politica, causando così qualche gaffe minore, mentre Cheney è rimasto invece sempre serissimo e non si è scomposto mai, neanche quando si è trovato sotto attacco da parte del senatore della North Carolina e candidato vicepresidente dei democratici.

Sulla politica estera in particolare lo scontro è stato durissimo, tra accuse di menzogne da una parte e di poca coerenza dall’altra.
Edwards ha iniziato subito all’attacco accusando l’Amministrazione Bush di aver mentito dinanzi al popolo americano ed affermando che sarebbe invece suo dover
dinanzi agli americani ed al mondo, dovesse essere eletto vicepresidente, quello di dover dire la verità sulla reale situazione in Iraq ed in Afghanistan. Cheney ha controbattuto immediatamente, affermando che un comandante in capo dovrebbe avere una qualità fondamentale, quella della coerenza, che, secondo lui, manca sia in Kerry che in Edwards, poiché questi ultimi avrebbero cambiato troppe volte le proprie opinioni su questioni fondamentali come l’Iraq a seconda di come girava il vento.

In particolare un attacco molto riuscito da parte di Cheney si è avuto quando si è  chiesto retoricamente come potevano fare i democratici a contrastare i terroristi quando non sono stati neppure capaci di contrastare la propaganda contro la guerra in Iraq da parte di Dean durante la campagna per le primarie, se non assumendo la sua stessa posizione. A sua volta Edwards è stato invece molto efficace nella sua critica sugli appalti iracheni truccati a favore dell’Halliburton, l’azienda della quale Cheney era amministratore delegato prima di diventare vicepresidente. Su questo argomento c’è anche da dire che proprio oggi la Halliburton è stata accusata anche per appalti iracheni legati alla mala gestione del programma “oil for food” e quindi risalenti a prima della guerra e Edwards non si è lasciato perdere l'occasione per farlo notare nell'ambito del dibattito.

La parte riguardante la politica interna è stata invece gestita magistralmente da Edwards che ha messo più volte alle corde il vicepresidente sia per la perdita di posti di lavoro, facendo notare come questa sia la prima Amministrazione dalla fine della Grande Depressione ad avere come risultato netto una perdita di posti di lavoro, sia per il fatto che oggi in America oltre 45 milioni di persone, di cui 5 milioni solo negli ultimi 4 anni, non sono coperti dall’assicurazione sanitaria. In questo ambito il confronto non c’è stato o quasi, nel senso che Cheney ha dato nettamente l’impressione di essere molto meno combattivo rispetto alle questioni di politica estera e di conseguenza Edwards ha avuto buon gioco nel mostrarsi come il candidato più credibile per la politica interna. In particolare è stato eccellente quando ha affermato ripetutamente che sarà impegno preciso di una eventuale Amministrazione democratica quello di garantire l’assistenza sanitaria a tutti e sgravi fiscali solo sui ceti medi, non sui multimilionari o sulle imprese che investono i loro soldi in paradisi fiscali all’estero (poco velata allusione all’Halliburton anche in questo caso).

Da notare che questo risultato è particolarmente positivo per il team presidenziale Kerry/Edwards poichè il tema della politica interna è particolarmente sentito in Ohio, sede del dibattito e uno degli Stati più colpiti dalla crisi economica, nonché uno degli swing State che probabilmente decideranno il vincitore delle elezioni presidenziali di novembre per una manciata di voti ancora indecisi. Staremo comunque a vedere quante di queste promesse si tradurranno in realtà se davvero Kerry dovesse vincere il 2 novembre. Personalmente sono molto scettico, anche perché con un Congresso ancora in mano repubblicana, come molto probabilmente sarà anche a seguito delle prossime elezioni, sarebbe quasi impossibile far passare certe proposte, cosa che stranamente nessuno, tra i commentatori televisivi che si sono susseguiti sulle televisioni americane poco dopo la fine del dibattito, ha notato o voluto far notare.

Piccolo accenno doveroso alla questione mediorientale: se la volta scorsa nel dibattito tra i presidenti non se ne era neppure accennato stavolta è stata posta una domanda precisa da parte della moderatrice sull’assenza di fatto della mediazione americana negli ultimi anni per la questione israelo-palestinese. Non a caso, visto che entrambi i candidati corteggiano spasmodicamente la lobby ebraica americana, è stato questo l’unico punto in cui, non solo tutti e due si sono schierati nettamente a favore del diritto/dovere di Israele a difendersi, ma hanno anche fatto a gara a chi tra i due fosse più filo-israeliano.
Ai punti ha probabilmente vinto Edwards visto che, a differenza di Cheney, non ha neppure accennato alla possibilità di uno Stato palestinese, ma entrambi han fatto comunque notare come Israele abbia bisogno di un vero interlocutore per riprendere le trattative sul processo di pace, sottintendendo quindi di fatto che Arafat non lo sia.

Dunque un totale e completo appiattimento sulle posizioni di Sharon. E se qualcuno ancora sperava che potesse cambiare qualcosa riguardo alla politica americana verso Israele se dovesse vincere Kerry, si ritenga preavvisato che semmai il cambiamento ci dovesse essere davvero, sarebbe in senso ancora più filo-israeliano. Che tristezza! Un altro punto dolente per Edwards si è avuto quando è stata messa in ballo la questione dei matrimoni gay: anche in questo caso Edwards è sembrato quasi più oltranzista di Cheney, il quale, avendo una figlia lesbica, ha voluto evitare di commentare, mentre il suo rivale ha reso chiaro che, sebbene secondo lui i gay debbano avere gli stessi diritti degli eterosessuali e la materia debba rimanere di competenza dei singoli Stati, è suo intimo convincimento che il matrimonio debba avvenire solo tra maschi e donne. E’ evidente che la mentalità bigotta degli Stati del sud si intravede anche in un candidato vicepresidente democratico e questo non preannuncia niente di buono, chiunque alla fine vinca queste elezioni.

In sintesi è difficile dire come sia davvero andato questo dibattito e chi dei due contendenti abbia riscosso maggior successo. Al momento i risultati dei primissimi sondaggi sono contraddittori, alcuni indicando Cheney (ABC), altri Edwards (CBS) come vincitore, ma l’opinione generale dei giornalisti americani (ed anche la mia) è quella di un sostanziale pareggio. L’unica certezza che ho avuto, vedendo questo dibattito in televisione, è la conferma di una mia sensazione pregressa, vale a dire che sia Cheney la vera mente di questa Amministrazione. Di sicuro la sua performance è stata nettamente migliore e la sua difesa dei 4 anni di governo è stata altresì più efficace di quella del presidente Bush, giovedì scorso nel dibattito con Kerry. Se questo comunque basterà a portare voti in più a favore del tandem presidenziale repubblicano, è difficile dirlo, visto che si tratta pur sempre di un dibattito tra vicepresidenti che in tutte le elezioni precedenti non ha mai spostato un numero considerevole di voti.

Di sicuro la distanza delle posizioni politiche tra i due schieramenti si è ancora più chiarita ed ampliata e ciò renderà di sicuro ancora più importanti i prossimi eventi a venire. Appuntamento quindi a venerdì prossimo per il secondo dibattito presidenziale a Sant Louis (Missouri), da non perdere assolutamente.

Daniele John Angrisani





postato da fdf | 08:19 |



domenica, ottobre 03, 2004

GLI OSSERVATORI OSCE CRITICANO LE PROCEDURE ELETTORALI AMERICANE
Gli esperti dell’OSCE lodano la società civile americana ma avvertono che il sistema di voto è vulnerabile a brogli e violazioni.

Un gruppo di esperti dell’Organizzazione per le Cooperazione e la Sicurezza in Europa (OSCE) ha espresso delle preoccupazioni sulle procedure elettorali americane. Gli osservatori OSCE per la prima volta a novembre monitoreranno l’andamento di una elezione americana.

Mentre il rapporto rilasciato dall’OSCE questa settimana ha parole di elogio verso gli Stati Uniti per la sua “vibrante società civile,” allo stesso tempo avverte anche che le vulnerabilità nel sistema elettorale che sono venute alla luce in Florida ed in altri Stati per le elezioni presidenziali del 2000 hanno scosso la fiducia degli elettori sul sistema politico americano.

Il presidente americano George W. Bush ha vinto quelle elezioni nonostante una marea di critiche che sono state espresse sul fatto che i meccanismi di voto fossero stati poco chiari in molti Stati. In Florida ad esempio, gli elettori hanno detto che non era molto chiaro come selezionare i candidati con le schede a perforazione e che la cosa ha portato loro a scegliere per errore candidati che non avevano alcuna intenzione di votare.

Un team di cinque esperti elettorali che ha visitato gli Stati Uniti all’inizio di settembre hanno preparato il rapporto di valutazione e sottolineato i potenziali a cui si potrebbe far fronte anche quest’anno, dopo aver esaminato dettagliatamente la preparazione per le elezioni e dopo aver parlato con autorità elettorali americane, partiti politici e organizzazioni che hanno espresso la loro preoccupazione per la correttezza del processo democratico.

Potrebbe essere troppo tardi per le riforme

Gli Stati Uniti hanno approvato l’Help America Vote Act nel 2002 per riformare il sistema elettorale, ma il team dell’ Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani Office (ODIHR) dell’OSCE, che è specializzato nel monitoraggio delle elezioni, ha suggerito che la legislazione potrebbe essere stata approvata troppo in ritardo.

"Il rapporto menziona le preoccupazioni sul fatto che l’impatto della nuova legge possa essere ridotto rispetto alle aspettative semplicemente a causa del tempo – e che perciò la piena implementazione potrebbe non essere possibile," ha detto Urdur Gunnarsdottir, un portavoce dell’ODIHR. "Ne potremo essere però sicuri solo a novembre dopo aver monitorato l’andamento delle elezioni."

Secondo i dettami della legge approvata, il nuove regime entrerà a vigore solo a partire dal gennaio 2006.

Il rapporto dell’OSCE riferisce anche che “la sostituzione degli equipaggiamenti per il voto in tutti gli Stati Uniti, ispirata dalle dispute che hanno inquinato le elezioni del 2000, specialmente in Florida, ha la potenzialità di diventare la fonte di problemi ancora più preoccupanti per quest’anno elettorale.”

Molte delle nuove macchine elettroniche che permettono di votare semplicemente toccando sullo schermo e che saranno usate per oltre 50 milioni di elettori il 2 novembre non permettono la produzione di quelle schede elettorali di carta che potrebbero essere usate durante un possibile riconteggio.

Gli esperti elettorali sono anche stati preoccupati per come saranno trattate le liste di registrazione al voto e gli absentee ballot e hanno perciò avvertito che i problemi causati dalle nuove procedure di voto potrebbero causare grossi problemi nel periodo post-elettorale, con un probabile ritardo nell’annuncio dei risultati definitivi.

Primo monitoraggio dell’OSCE negli Stati Uniti

Sebbene non sia la prima volta che le autorità americane hanno invitato l’OSCE a monitorare le elezioni presidenziali americane, è invece la prima volta che questa organizzazione ha accettato l’invito formulato dal Dipartimento di Stato, ha notato Gunnarsdottir. E’ parte integrante del lavoro dell’OSCE per controllare la regolarità delle elezioni anche in democrazie stabili.

L’OSCE ha monitorato elezioni in tutto il mondo ed il ruolo dell’OSCE è chiaramente definito, ha detto ancora Gunnarsdottir.

"Questo è un team che monitorerà l’andamento delle elezioni ma non cercherà in alcun modo di influenzarlo," ha detto. "Queste persone saranno mandate a osservare le elezioni solo in pochi Stati e pubblicheremo un rapporto ufficiale del loro lavoro. Non abbiamo alcuna intenzione di interferire nel processo elettorale, solo di monitorarlo."

Gli Stati Uniti sono uno dei 55 membri in Europe e Nord America che costituiscono questa organizzazione internazionale. Le missioni di monitoraggio dell’OSCE hanno osservato le elezioni in tutto il mondo, incluso le recentissime elezioni in Kazakhstan. Altri osservatori di questa organizzazione monitoreranno anche le elezioni presidenziali dell’Afghanistan che si terranno il 9 ottobre.

Louisa Schaefer (ncy)

Fonte:
http://www.dw-world.de/dw/article/0,,1343950,00.html?maca=-bulletin-433-html

Tradotto da Daniele John Angrisani



postato da fdf | 17:17 |



sabato, ottobre 02, 2004

ARTISTI&POLITICA
Alla vigilia della partenza del tour “Vote for Change”, musicisti, cantanti, autori, interpreti dicono la loro sulla campagna elettorale in corso. Bruce Springsteen, il più celebrato afferma di avere molte incertezze in materia di politica ma anche di sentirsi tradito per i troppi inganni dell’attuale governo.
A 50 anni, sente il bisogno non solo di capire meglio quale sia la realtà del suo paese, ma anche di invitare i suoi fans più giovani a fare altrettanto. “In qualche modo”, ha dichiarato Springsteen, “gli artisti sono un esempio”. L’artista americano teme che i quotidiani saranno costretti a registrare ogni giorno centinaia di morti in Iraq.

Tra gli altri musicisti che parteciperanno a “Vote for a Change”, molti ritengono che la guerra in Iraq sia un crimine contro l’umanità. Ryan Key, che nel 2000 votò per Bush, sicuramente non tornerebbe a farlo e Chuck D., dei Public Enemy è della stessa opinione, soprattutto perché, dice, non vuole che i suoi due figli crescano in un paese governato da Bush.

Boyd Tinsley, della Dave Matthew Band, è andato a trovare in ospedale i reduci dall’Iraq ed ha scoperto con orrore che molti hanno perso una gamba o un braccio, un particolare che la stampa non si preoccupa di riferire. Alicia Keys rimprovera a Bush le bugie sull’11 settembre. Non voterà per Bush neppure John Mellencamp, abbastanza “anziano” da ricordare gli orrori del Vietnam. Adesso, si dice molto preoccupato dal progetto di legge che intende ripristinare la leva obbligatoria. Bush si sta battendo per farla approvare a tutti i costi e lui teme che possa obbligare i suoi tre figli ad andare in guerra.

Melissa Etherdidge voterà per John Kerry, di cui apprezza la posizione sul mondo femminile. Dice anche di sperare che Kerry, se sarà eletto, approvi la legge a favore dei matrimoni gay. E’ drastico su Bush anche Tom DeLongue, dei Blinx, che trova sbagliato tutto ciò che Bush ha fatto. “Far governare il paese da un alcolizzato senza cervello è una cosa molto grave”, ha detto. “Bush ha rotto le palle a tutto il mondo”, ha aggiunto contando sul “noblesse oblie” riservato agli artisti. Il voto di DeLongue andrà certamente a Kerry.

Mi piace riportare in questo articolo anche l’opinione di Steve Earl, che mi onora della sua amicizia. Steve ha tenuto vari concerti contro la guerra in Iraq ed è molto preoccupato che l’eventuale ritorno della leva obbligatoria possa rovinare la vita ai suoi due figli. Tiene per Kerry e lo dichiara apertamente.

Mike D., dei Beasty Boys, va giù duro su Bush, che ritiene incapace di una qualsiasi azione logica senza i suoi consiglieri. Darà il voto a Kerry, nella speranza che si impegni per i ceti meno abbienti. Benché lo stile del suo gruppo sia aggressivo, Mike ha dichiarato di detestare l’aggressività di Bush. Il cantante Mike Hart, dei Dead, si dice nauseato dalla guerra e dalle politiche del terrore e di morte di Bush. Spera che la gente lo sfiduci e lo mandi via dalla Casa Bianca. Anche Judakiss è contrario a Bush. Lo preoccupa la mancanza di occupazione che ha raggiunto, a suo parere, cifre folli. Gli piace poco anche la giustizia penale del paese. Judakiss ha detto ad un giornalista di Rolling Stone, di odiare Bush. Lo accusa di essersi insediato alla Casa Bianca abusivamente.
Spera che l’America si avvii verso un cambiamento. Molto probabilmente voterà per Kerry Art Alexis, degli Everclear. Bob Weir, dei Dead, ha sfiduciato Ralph Nader, dopo essere stato un suo fedelissimo. Ma odia soprattutto la politica di guerra di Bush. Il giorno delle elezioni voterà per Kerry.

Jackson Brown ritiene che Bush e la sua compagnia siano dei traditori. Si è detto certo che la loro avidità per il petrolio porterà sofferenza ad altri paesi. “Le politiche ambientali sono terribili”, ha detto a un giornalista. “Non contenti di aver raso al suolo un paese, si sono accaniti anche contro le risorse naturali in America”, ha aggiunto.
Secondo Brown, l’amministrazione Bush è illegale e non rispetta la legge. Contrario a Bush è anche Eddie Vedder, dei Pearl Jam. Con le Dixie Chicks, è tra gli artisti presi di mira dall’attuale amministrazione. Ha dichiarato che spera in un voto responsabile da parte della popolazione.

Bianca Cerri





postato da R.DiNunzio | 20:00 |



venerdì, ottobre 01, 2004

PRIMO DIBATTITO: KERRY VINCE MA NON CONVINCE
Nonostante le premesse e le regole stabilite a priori per non mettere troppo in difficoltà i candidati, è stato un bel dibattito. Un botta e risposta continuo sull'Iraq, la politica estera e la sicurezza nazionale, campi nei quali Bush era dato per favorito alla vigilia, ma sui quali è stato invece messo, inaspettatamente per la gran parte dei commentatori, più volte in difficoltà da Kerry. L'impressione che ho ricevuto mentre vedevo in diretta il dibattito alla televisione è che, a momenti, sembrava essere Kerry il presidente in carica e Bush lo sfidante che dovesse attaccarlo. Era infatti Kerry a parlare di programmi, più o meno realistici, e di piani per l'Iraq e la guerra al terrorismo, mentre il presidente in carica non faceva altro che ripetere meccanicamente una lezione che sembrava essere imparata a memoria.

Ho sentito quindi ripetere da Bush i soliti concetti espressi sin dall'inizio della campagna elettorale: senza Saddam il mondo è più sicuro, la libertà è in marcia (forzata probabilmente, visto quel che è successo ad Abu Ghraib e continua ad accadere tuttora in tutte le carceri dell'Iraq) e Kerry è un flip-flopper che cambia sempre opinione su tutto e che perciò non possiede una qualità fondamentale per un comandante in capo, quella della coerenza degli obiettivi. Ovviamente Kerry ha ribattuto punto per punto le accuse di Bush, contrattaccando sui punti deboli del suo avversario ed il risultato è stato che alla fine, se i sostenitori di Bush erano abbastanza soddisfatti della prestazione del loro candidato, quelli di Kerry hanno invece subito cominciato a dichiarare vittoria. Anche i primissimi sondaggi hanno confermato quest'ultima impressione, in particolare quello della Gallup pubblicato meno di due ore dopo la fine del faccia a faccia televisivo e che ha mostrato come secondo il 53% degli intervistati Kerry abbia vinto il dibattito a fronte del 38% per Bush.

C'è però da precisare che anche in questo caso bisogna prendere con le molle i risultati dei sondaggi, cosa che non smetterò mai di ripetere. A parte che, a prescindere da chi abbia vinto, solo con il tempo è possibile stabilire se un effetto positivo o negativo sia duraturo, in questo caso particolare esiste anche un altro problema molto importante da tener presente: questi sondaggi di cui abbiamo parlato non sono rappresentativi dell'intera popolazione americana, bensì solo di quella fetta della popolazione che ha ammesso di aver seguito il dibattito presidenziale ieri notte, vale a dire quindi un campione più partigiano e schierato della media degli americani. Visto inoltre che questa elezione sarà molto probabilmente alla fine decisa solo da poche centinaia di migliaia di elettori indecisi residenti negli swing State, la cosa principale che bisognerebbe quindi tentare di comprendere è quale sia la loro reazione a questo e agli altri dibattiti che seguiranno, ma è ovviamente ancora troppo presto per farlo.

Detto questo, bisogna però anche dire che i commentatori televisivi americani ieri sera, praticamente all'unisono e compresi anche quelli ospiti di Fox News, hanno dato adito a Kerry di essersi comportato davvero bene nel faccia a faccia e di essere così tornato davvero in gara per la Casa Bianca, rimanendo così fedele al soprannome di "comeback Kerry" che già gli fu dato ai tempi delle primarie, quando vinse a sopresa in Iowa contro il ben più piazzato Howard Dean. Già questo basterebbe a spiegare l'entusiasmo dei democratici. E probabilmente ha avuto i suoi frutti anche la strategia "al ribasso" da parte democratica che ha permesso di considerare un mezzo pareggio come una vittoria di Kerry rispetto a quel Bush che era dato per favorito alla vigilia.

Veniamo ora però a quello che i media italiani ed americani non hanno notato o hanno fatto finta di non notare riguardo al dibattito di ieri notte: con enorme dispiacere del nostro Presidente del Consiglio che non manca occasione per dichiarare imperterrito a tutte le televisioni che gli capitano sotto mano che il ruolo dell'Italia in Iraq è fondamentale, ieri nessuno dei due candidati ne ha fatto mai accenno. Addirittura son stati nominati i contributi dei polacchi e degli australiani che hanno sul terreno delle forze numericamente minori delle nostre, ma non l'Italia. Per caso, questa cosa vi dà da pensare? Speriamo che faccia riflettere anche Palazzo Chigi, potrebbe servire per evitare altre minacce, sequestri e lutti al nostro Paese. Un'altra cosa importante che ho notato ieri notte è stata la totale e completa assenza di riferimenti alla questione israeliano-palestinese, quasi come se la roadmap, l'intifada, le minacce di Sharon ad Arafat e le sofferenze del popolo palestinese non esistessero per niente nel mondo fatato dei candidati alla Casa Bianca. Ed anche questa è una cosa che dovrebbe lasciar riflettere tutti sul reale impegno americano a favore del moribondo processo di pace in Medio Oriente. E, guarda caso, in questo vuoto di promesse e di politiche, Al Qaeda ci ha messo come sempre lo zampino, con una dichiarazione a firma di Al Zawahiri, il presunto braccio destro di Bin Laden, che proprio oggi ha chiamato ancora una volta i palestinesi alla rivolta ed alla guerra santa, di fronte anche alla totale ignavia americana nei confronti del loro destino.

Un'ultima osservazione critica bisogna poi farla sul piano presentato da Kerry per la risoluzione della guerra in Iraq. A prescindere che manca un calendario definito di scadenze, cosa richiesta da più parti, ma il punto che lascia più perplesso me e gli osservatori internazionali e americani è quel vertice con gli alleati che Kerry ha delineato come primo punto del suo piano: davvero Kerry crede che basti la sua presenza alla Casa Bianca per far cambiare opinione a tedeschi e francesi e convincerli ad inviare le truppe in quell'inferno a cielo aperto che è l'Iraq di oggi? Se la risposta dovesse essere positiva e non si trattasse semplicemente di una boutade elettorale come penso e spero, comincerei ad avere seri dubbi sulle capacità intellettive del candidato democratico, visto che si tratta di una possibilità alquanto remota ed implausibile, così come ripetuto alla noia dai diplomatici sia del Quai d'Orsay che del ministero degli esteri tedesco.
Mi spiace farglielo notare in questo modo così drastico, ma l'unica soluzione possibile per uscire dal pantano iracheno è quella di guardare in faccia la realtà sul campo di battaglia, e quindi prendere atto dell' ormai inevitabile sconfitta americana e ritirarsi al più presto limitando al massimo i danni e rimanendo allo stesso tempo pronti sia a reagire a qualsiasi altro attacco contro gli Stati Uniti che e riprendere la caccia ai veri terroristi, non al popolo iracheno.

Ma potete dormire sonni tranquilli, anche se molti sanno che questo è l'unico piano realmente attuabile nella situazione odierna, non sentirete nessuno dei candidati farne neppure menzione in questa campagna elettorale: la tragica verità è che ormai si considera "migliore" colui che riesce ad ammantare con una patina di verità
l'iceberg delle menzogne. E ieri notte John Forbes Kerry ci è riuscito davvero molto bene.

Daniele John Angrisani




postato da fdf | 22:35 |


ASSEGNI ELETTORALI
Il provinciale popolo italiano è ancora convinto che, per votare, serva la tessera elettorale e che si debba poi entrare in una soffocante cabina dove, da uno spago, pende la fatidica matita. Bisogna svegliarsi ed abbandonare queste pericolose illusioni di democrazia e libertà: oltre a far passare un elettore per comunista, fanno sbadigliare i candidati. Gli elettori che contano ormai esprimono il loro voto a suon di assegni e considerano cabine e matite legate con lo spago un retaggio del passato.

Vi diamo un esempio: mentre i giornali continuano a insistere sulle percentuali di americani che il prossimo due novembre voteranno per Bush o Kerry, i due candidati hanno già affidato i loro destini ad alcuni individui fidati e considerano irrilevante il sostegno di tutti gli altri. Sono 240 persone in tutto e, per chi ama le statistiche, possiamo anticiparvi che il 72% risulta essere a favore di Bush, mentre soltanto il rimanente 28% è deciso a sostenere Kerry. E’ una vera fortuna che il Senatore del Massachussets abbia comunque dalla sua Eli Broad, 28° sulla lista delle persone più abbienti al mondo, 71 anni, capitale versato circa sei miliardi di dollari, due eredi. Broad ha fatto fortuna nel campo assicurativo-pensionistico. Grande collezionista d’arte, ha dato 60 milioni di dollari al Museo di Los Angeles. E’ dalla parte di Kerry anche il magnate dell’auto Herbert Sandler, 72 anni, che non ha ancora raggiunto il suo primo miliardo di dollari ma è lì lì per realizzarlo.

Tra i democratici abbienti che invocano la disfatta di Bush c’è anche Irwin Jacobs, 70 anni, presidente di Qualcomm, un uomo che ama definirsi “venuto dal nulla” ma che può vantare un capitale versato di 930 milioni di dollari.
Ma milioni e miliardi di dollari dei simpatizzanti di Kerry impallidiscono davanti alla lista dei fedelissimi di Bush. Stravede per il presidente Michael Dell, che a soli 39 anni ha un conto personale di 14.2 miliardi di dollari, guadagnati in settori diversi. Nato in Texas, ha iniziato ad accumulare soldi sin dai tempi dell’università e figura attualmente nella selezionatissima classifica dei 10 nababbi più grandi al mondo. Oltre a fabbricare computer e software ha fondato la Casa della Ciambella, meno
rappresentativa dell’informatica ma altrettanto miliardaria.

Rimarrà fedele a Bush anche John Walton, proprietario della catena Wal-Mart, 58 anni, 18 miliardi di dollari in fortune personali, già milionario nel 1962. Quando Bush ha bisogno di rimpinguare le casse della campagna elettorale, la Walton Foundation è sempre a sua disposizione. John Walton risulta essere al sesto posto sulla lista dei paperoni del mondo e sostenere l’amico George non gli costa alcuna fatica.

Ha generosamente contribuito alla candidatura di Bush anche Rupert Murdoch, 73 anni e quasi sette miliardi di dollari all’attivo. Si calcola che nel 2010, i suoi abbonati avranno raggiunto i venti milioni.

Gli indicatori economici non temono affatto i Gallup Pools, prova ne è che gli ultimi 14 presidenti USA eletti risultano essere quelli con amici danarosi. Truman, che sembrò un perdente fino all’ultimo momento, vinse di gran lunga sull’avversario Deway grazie all’appoggio di Wall Street.
Lo stesso accadde con Johnson, che trionfò con il 61% dei voti contro Goldwater, anche se con il piccolo aiuto dell’ondata emotiva suscitata dalla morte di Kennedy.
Reagan, che aveva contro l’inflazione galoppante, zittì tutti dicendo che il paese era in forte ripresa: andando contro i propri interessi, gli americani lo premiarono.

Bianca Cerri






postato da fdf | 18:37 |


ALFRED E. KERRY
Il mitico Alfred E. Neuman è da tanti anni la mascotte del settimanale satirico-demenziale "Mad Magazine", specializzato in parodie. Alfred, bambinotto un pò scimunito e mancante di un incisivo ha la caratteristica di dire una cosa per poi affermare esattamente il contrario nella pagina seguente, non prima di aver negato la precedente opinione.
E' probabilmente un lettore affezionato di Mad il senatore John Kerry, che presenta straordinarie analogie con la mascotte del giornale. Dopo aver dichiarato ai quattro venti che, se verrà eletto, ritirerà immediatamente le truppe USA dall'Iraq appena pochi giorni fa, qualche ora più tardi ha  detto, esattamente come accade nel fumetto di Mad: "Chi io? Io avrei detto una cosa simile, non ci penso neppure". Probabilmente, quello che Kerry intendeva dire è che, se andrà alla Casa Bianca estenderà il compito di sterminare gli iracheni non più soltanto alle truppe USA ma anche a quelle pakistane, nepalesi ed europee.

Intanto, proprio ieri, 30 settembre 2004, i capi dell'FBI hanno dichiarato di essere convinti che Al Queda sia ancora in agguato e determinata a distruggere le elezioni USA. Inoltre, a partire dalla giornata di oggi, 1 ottobre 2004, entreranno in vigore i piani straordinari d'emergenza che saranno legge sino al 2 novembre.
La CBS ha già dichiarato che, a partire dalla settimana in corso, sarà operativa la "Squadra Speciale di Prevenzione agli Attacchi". Gli agenti saranno autorizzati ad interrogare chiunque, anche con l'ausilio di metodi 'aggressivi', anche se, ha detto lo speaker 'i soggetti valutati come pericolosi saranno soprattutti quelli sospettati di simpatia verso i terroristi, pur se incensurati".

La squadra si propone anche si rivogersi alle agenzie di noleggio auto affinche riportino notizie sull'affitto di furgoni perchè "si presume" che tali mezzi servano ottimamente a trasportare agenti chimici. Non mancheranno, ma era scontato, "perquisizioni alle Moschee".

A partire dall'11 settembre 2001,  sguinzagliare centinaia di agenti nelle strade, con l'autorizzazione di perquisire chi vogliono è divenuta un'abitudine. Sino ad ora, la strategia non ha dato grandi risultati. Tra l'altro, c'è il rischio che agenti non particolarmente addestrati possano abusare del potere conferito loro dall'FBI. Sembra anche che l'opinione pubblica sia arcistufa di questa fantomatica caccia al nemico. Il nuovo piano anti-terrore ha suscitato malumori nella comunità di origine araba,
bersaglio prediletto dei Federali. Un attacco tanto massiccio nei confronti dei musulmani, dicono alcuni analisti, potrebbe, inoltre, preludere alla conquista dell'Iraq. Va da sè che sia Bush che John Kerry hanno risposto come avrebbe fatto Alfred E. Neuman. "Chi, io?".

Bianca Cerri





postato da fdf | 13:29 |


Agenzia d'informazione quotidiana www.reporterassociati.org

"Usa 2004".
Le elezioni presidenziali americane.

News, analisi, commenti e retroscena sulla lunga corsa per la Casa Bianca.

A cura della redazione di
"Reporter Associati"

Coordinatore
Roberto di Nunzio

In redazione
Gianluigi Corbani
Bianca Cerri
Daniele John Angrisani

Art director & webmaster
F.D.Fossi

Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e pubblicateli. La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente ma è l'unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri".
Joseph Pulitzer
Sostieni ReporterAssociati






watchusa2004@reporterassociati.org